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lunedì 10 agosto 2015

"Lo Zen e il tiro con l'arco"


C’è attorno a noi una grande bugia, quella dell’atto e dell’azione, e di conseguenza quella del fatto e del mis-fatto. L’atto sconfessa sempre l’intento programmatico dell’azione, tanto che vengono a collimare finché l’attore - che proviene da agere (perorare) e non c’entra niente col re-citare (citare la cosa) - diventa egli stesso l’atto. Chi si approccia al taoismo e, più in generale, alle filosofie orientali, noterà la medesima assenza di oggettivazione con l’esistenzialismo, dove l’unica differenza sta semmai nel giudizio morale tra il nirvana e il sovrauomo. Ne "Lo Zen e il tiro con l'arco" (1948) di Eugen Herrigel (1884-1955), questo professore tedesco di filosofia prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro Zen, fino a smascherare la menzogna della volontà, fino ad esser lui l’arco, fino a diventarne la freccia, fino ad esser egli stesso il bersaglio. Fino a non esser più lui. Proprio come sosteneva Arnold Schönberg (1874-1951), padre della dodecafonia, quando affermava: «Ich bin nur das Sprachrohr einer Idee» (Sono solo l’altoparlante di un’idea); come Demetrio Stratos (1945-1979), leader degli Area, che cantava la voce nelle sue diplofonie e triplofonie; come san Giuseppe da Copertino che oltrepassava la santità fino a misconoscerla; come Bacon e Pollock che dipingevano la pittura pur di non dipingere. Tra tutti coloro che vanno oltre se stessi nell’interesse dell’arte, Carmelo Bene (1937-2002), al pari del professor Herrigel, oltrepassò i dogmi dell’esistenza e apparve alla Madonna, la figura che in mariologia è per definizione advocata ancor prima che assumpta. In quel capolavoro della cinematografia italiana che è "Nostra Signora dei Turchi" (1968) l’impossibilità di agire è ben rappresentata da un Bene impacciato, istupidito, inconscio. Un santo autobeatificatosi che si rinnega sempre, si morde la coda ed infine impazzisce meritatamente. Cito: «I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione».

Eugen Herrigel (1975), Lo Zen e il tiro con l’arco, trad. di G. Bemporad, Adelphi, Milano, pp. 100

venerdì 17 aprile 2015

"La porta senza porta" e "101 storie Zen"


Sono oramai tantissime le pubblicazioni inerenti lo Zen, il buddismo o il Tao curate da Adelphi. Non solo curate, quindi, ma letteralmente portate alla ribalta in questa fetta di mondo, che della spiritualità ha una concezione diametralmente opposta a quella indocinese, ed è basata perlopiù sulla codificazione del Verbo. Eppure la distanza tra i monoteismi abramitici e le filosofie speculative orientali è in realtà un falso mito; proprio per questo, per evitare stucchevoli banalizzazioni, è importante capire che ogni trasposizione delle religioni d’Oriente deve essere considerata in termini di studio e conoscenza, evitando un’adesione proselitistica, che altro non è se non un ballo in maschera in onore del dio d’Occidente. Oltre alle "101 storie Zen", tra i più importanti documenti storici v’è senz’altro "La porta senza porta", compilata da Mumon (1183-1260) nel XIII secolo d.C. su insistenza dei suoi allievi. Vengono qui accennate le vie che portano a dhyāna (meditazione), satori (rinascita) e nirvana (illuminazione), attraverso 48 (+1) kōan, ovvero problemi - di quelli che si assegnano agli studenti delle scuole elementari - che l’allievo deve risolvere: sulla base del metodo risolutivo il maestro capisce quali allievi possono aspirare ad una qualche fattispecie di nirvana. Qualora mi apprestassi a raccontare, spiegare o giudicare i kōan de “La porta senza porta” cadrei nell’irrimediabile errore ricordato in precedenza, dunque mi asterrò da ogni considerazione in merito. Resta il fatto che, agli occhi di un cristiano europeo, la lettura di questi dilemmi, apparentemente irrisolvibili, è un evento illuminante, nel senso della chiarificazione, per noi teologicamente indispensabile. Nella seconda parte del libro sono contenuti i "10 tori" del maestro cinese Kakuan (1100-1200), con moderne illustrazioni che percorrono le tappe dell’illuminazione - quasi fosse una Via Crucis senza dolore - e i 112 consigli amorosi (e non solo) di "Trovare il centro". Al termine di questo viaggio filosofico-spirituale appare ancor più diafano che: «Uomini ispiratori, conosciuti e sconosciuti al mondo, hanno senza dubbio condiviso una comune scoperta non comune. Il Tao di Lao-Tze, il Nirvana di Buddha, il Jehovah di Mosè, il Padre di Gesù, l’Allah di Maometto - tutti mirano all’esperienza. Il Nulla, lo Spirito - una volta toccato, tutta la vita si chiarisce». Insomma, in qualsiasi modo la pensiate, lo Zen è affar di non poco conto e, nel mio piccolo, voglio racchiudere la felicità nel seguente detto: «Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote».

Mumon (1987), La porta senza porta. Seguito da “10 tori” di Kakuan e da “Trovare il centro”, a cura di N. Senzaki & P. Reps, trad. di A. Motti, Adelphi, Milano, pp. 120
Nyogen Senzaki & Paul Reps (a cura) (1973), 101 storie Zen, trad. di A. Motti, Adelphi, Milano, pp. 107




mercoledì 26 giugno 2013

Bene, adesso basta (II)


2. Poi, d’incanto, apparve alla Madonna
«Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l'ha vista mai. […] I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso […]. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo». CB la Madonna non la vide mai, se non guardandosi allo specchio. E questo perché il depensamento beniano, come tutte le grandi intuizioni, è pregno di religiosità. Da Aristotele a Hermann Hesse (1877-1962), lo spiritualismo gnostico di Bene è presente in tutti i secoli della storia, geograficamente a Oriente come ad Occidente. E poi la grande bugia dell’atto e dell’azione, perché l’atto sconfessa sempre l’intento programmatico dell’azione, tanto che vengono a collimare finché l’attore – che viene da agere (perorare) e non c’entra niente col recitare (citare la cosa) – diventa egli stesso l’atto. Figuriamoci poi l’altrettanto enorme bugia del (mis)fatto. Chi si approccia al taoismo e, in generale, alle filosofie orientali, noterà la medesima assenza di oggettivazione (l’unica differenza è nel giudizio morale tra l’illuminazione e il sovrauomo). Ne "Lo zen e il tiro con l'arco" (1948) di Eugen Herrigel (1884-1955), questo professore tedesco di filosofia prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro zen, fino a smascherare la menzogna della volontà, fino ad esser egli stesso l’arco, fino ad esser egli stesso la freccia, fino ad esser egli stesso il bersaglio, fino a non esser più lui. Come sosteneva Arnold Schönberg (1874-1951), padre della dodecafonia: «Ich bin nur das Sprachrohr einer Idee» (Sono solo l'altoparlante di un'idea); come Demetrio Stratos (1945-1979), leader degli Area, che cantava la voce nelle sue diplofonie e triplofonie; come san Giuseppe da Copertino che oltrepassava la sua santità fino a misconoscerla; come Francis Bacon (1909-1992) che dipingeva la pittura pur di non dipingere. Come tutti coloro che vanno oltre se stessi nell’interesse dell’arte, anche CB oltrepassò i dogmi dell’esistenza e apparve a Maria, la figura che in mariologia è per definizione advocata ancor prima che assumpta. In quel capolavoro della cinematografia italiana che è "Nostra Signora dei Turchi" (1968) l’impossibilità di agire è ben rappresentata da un Bene impacciato, istupidito, inconscio. Un santo autobeatificatosi che si rinnega sempre, si morde la coda ed infine impazzisce meritatamente. «I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all'assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione».