venerdì 4 settembre 2015

"Dal libro dei pensieri"


L’Italia è un Paese degradato, degenerato, deteriorato, forse deceduto. I parametri eziologici della sua decadenza sono da rinvenire nella lentissima ma perniciosa perdita di produzione intellettuale che ha avuto inizio nell’immediato dopoguerra per mano del consumismo e che si è consumata in quest’ultimo quarto di secolo coll’affermarsi sempre meno latente della borghesia. Quella che, rubando qualcosa a Indro Montanelli (1909-2001), definisco mediocrità borghese è infatti alla radice della questione intellettuale, questione aristocratica per definizione se contempla le problematiche inerenti l’attribuzione di significati all’esistenza umana. Un popolo che sostituisce la ricerca della (in)felicità con la rincorsa alla ricchezza materiale va veloce verso il tramonto. La richiesta di pari opportunità da parte delle masse - che a livello microscopico sembra essere un sacrosanto diritto - è in realtà una grave tragedia, tanto che la società civile, ostaggio di questo istituto giuridico, è via via diventata una terra di nessuno. La possibilità per tutti di accedere al grado più alto di istruzione, il sogno di poter rincorrere liberamente le proprie aspirazioni, il secco rifiuto delle condizioni di partenza considerate troppo limitanti hanno concorso all’odierna situazione di disfatta culturale. Se poi utilizziamo la politica come metro di giudizio per le nostre affermazioni vedremo che la teoria aristocratica sulla mediocrità borghese come causa della decadenza dimostra tutta la sua infallibile evidenza. Dal momento che ogni cittadino può sostanzialmente rappresentare le istituzioni, è stata data facoltà formale a chiunque - senza alcun filtro culturale, morale o etico - di partecipare attivamente al governo dello stato. Ma uno stato non può essere rappresentato da chiunque, poiché altrimenti sarebbe uno stato qualunque: un paese all’altezza del suo passato necessita invece degli elementi migliori partoriti dalla sua società civile. Col principio egualitario si è quindi compromessa la selezione di uomini di stato a vantaggio dell’uomo qualunque. Così è pure in tutti gli altri rami del nostro vivere in società. I grandi pensatori sono perlopiù aristocratici in quanto esprimono un’idea che li eleva dal sentire generale, un’idea che non conosce tempo, che anzi supera la contemporaneità per collocarsi nell’indefinitezza dell’eternità. È su questi pensieri che vado con la mente a Benedetto Croce (1866-1952), forse il più grande intellettuale italiano della prima metà del Novecento, per via della trasversalità dei suoi interessi, un uomo in grado di discettare d’amore, politica, d’arte o religione. Poi guardo l’Italia di oggi, che da quando ha smesso di perpetuarsi, è tornata ad essere proprio una nazione di uomini qualunque. Poiché nulla muore nel posto sbagliato, speriamo che prima o poi ogni cosa torni al suo posto.

Benedetto Croce (2002), Dal libro dei pensieri, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, pp. 225

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