giovedì 12 febbraio 2015

"Paura"


"Angst" è una novella scritta nel 1910 e pubblicata dieci anni dopo, originariamente tradotta dal tedesco col titolo letterale "Angoscia". Adelphi l’ha invece ripubblicata intitolandola "Paura" (già adoperato negli adattamenti cinematografici), dilatandone in qualche modo il πάθος (pathos). L’inquietudine del titolo è dovuta al tradimento perpetrato dalla signora Irene ai danni del marito, il noto avvocato Fritz Wagner; tradimento che verrà scoperto da una terza donna, costringendo la protagonista a cedere a ricatti psicologici ed estorsioni economiche, pena la distruzione del proprio sbiadito incanto borghese. Stefan Zweig (1881-1942), sempre così lucido nel raccontare le ansie umane, tratteggia una donna estremamente spaventata, sull’orlo del suicidio, incapace di vuotare il sacco di fronte al marito, il cui castigo non starà nella confessione bensì nell’automacerazione psicologica e spirituale. Nelle pagine di "Paura" Irene Wagner, oltre a mostrare tutte le avvisaglie del panico, riscoprirà gli affetti familiari nonché tutto il gusto per le piccole cose, ed infine prenderà coscienza di quanto il marito la ami. Ecco, è forse proprio questo il senso ultimo del racconto di Stefan Zweig. Non tanto il disegno psicologico, il pedinamento poliziesco, il gusto del thriller unito al dramma: più di tutto "Paura" è un libro sull’amore. Un amore scolorito, cercato, tradito, perdonato, ritrovato.

Stefan Zweig (2011), Paura, trad. di A. Vigliani, Adelphi, Milano, pp. 113

mercoledì 11 febbraio 2015

"Ombre sull'erba"


Questo è un libro che, se pubblicato oggi, provocherebbe biasimo, sdegno, finanche scandalo. Un’europea in Africa - emblema del colonialismo - con uno stuolo di servitori e il pallino per la caccia grossa. In realtà quello di Karen Blixen (1885-1962) è un accalorato atto d’amore al vecchissimo continente, una terra in cui la scrittrice e pittrice danese ha vissuto per molti anni, fedelmente servita dal nero Farah, gentleman somalo musulmano. In Africa la Blixen ha avuto modo di vedere l’arroganza di alcuni europei dalle tasche gonfie così come l’inutilità della caccia slegata dalla necessità di procacciarsi il cibo. Ma soprattutto ha conosciuto un continente superbo, abitato da tribù orgogliose e credulone, eppur piene di quella dignità che ha consentito loro di approcciarsi al bianco senza perdere la propria identità. L’europeo è ricco, miscredente e conosce la medicina; l’africano è povero, pio e superstizioso: tra questi due tipi umani può correre diffidenza, paura, finanche odio. In "Ombre sull’erba" (1961), invece, Karen Blixen, che rappresenta la gelida tramontana del mondo boreale, entra via via in osmosi con l’ardente scirocco del mezzogiorno, rappresentato dal suo servitore Farah. Due anime e due popoli qui collaborano, si confidano, s’imbeccano, si aiutano a vicenda, ed ogni differenza sembra sparire come il sole in un tramonto africano.

Karen Blixen (1985), Ombre sull’erba, trad. di S. Gariglio, Adelphi, Milano, pp. 118

martedì 10 febbraio 2015

"La passeggiata" e "La rosa"


Leggere quel capolavoro de "La passeggiata" (1917) può apparire davvero una passeggiata se confrontato a "La rosa" (1925), raccolta di microgrammi scritti poco prima del definitivo internamento dello scrittore svizzero in clinica psichiatrica. Ossessionato da voci, allucinazioni ed ansie, Robert Walser (1878-1956) ci ha lasciato queste quaranta prose, spesso indecifrabili, quasi fossero soggetti cinematografici, incipit letterari, condensati in pochissime pagine eppure completi dal punto di vista della trama. L’universo dei personaggi walseriani è costellato di donne in apparenza insicure - che nascondono spesso una verità più alta ("Gerda"), un amore mai sopito ("L’urna" e "La donna amata") o un’insulsa vanità ("La strana ragazza") - oppure appartengono alla fauna umana circostante ("Uno scolaro modello" e "Un ceffone e altre cose"), od infine possono essere letterati ("Wörishöfer" e "Sacher-Masoch") e recensioni di opere letterarie ("L’idiota di Dostoevskij", "La novella di Keller" e "Ludwig"). Scoperto assai tardi e forse mai realmente apprezzato, Robert Walser rappresenta il mondo post-nietzschiano, in una tragica deriva tra la volontà di potenza e l’infinita piccolezza dell’essere. Lo svizzero rappresenta proprio quella tensione esistente tra i due estremi del continuum, ed il prezzo da pagare al fine non può che essere la follia. In questa raccolta Walser diventa finalmente se stesso; egli si transustanzia al rango di superuomo: non c’è più nulla che possa lusingarlo o abbatterlo, nulla è ormai fuori di lui. Ne "La rosa" è pure intatto il tipico punto d’osservazione walseriano, la Morgenspaziergang, quella passeggiata mattutina che dà modo all’autore di guardare il mondo circostante e, come fosse sulla sommità d’una rocca inscalfibile, crogiolarsene accondiscendendo, deridendo, giudicando, senza tuttavia l’ombra di una condanna.

Robert Walser (1976), La passeggiata, trad. di E. Castellani, Adelphi, Milano, pp. 106
Robert Walser (1992), La rosa, trad. di A. Bianco, Adelphi, Milano, pp. 146


giovedì 5 febbraio 2015

"Il fattore della verità"


Un libro come "Il fattore della verità" (1975) di Jacques Derrida (1930-2004), tanto complesso perché specialistico, dà luogo a riflessioni le più disparate. Lo scritto dell’intellettuale francese è una dettagliata analisi filosofica dell’altrettanto minuziosa critica psicoanalitica mossa da Jacques Lacan (1901-1981) a "La lettera rubata" (1845) di Edgar Allan Poe (1809-1849), ed entrambi gli studi cercano di ampliare la visione freudiana. Nel libro di Derrida vi sono però due temi importantissimi e non troppo scontati: il concetto della phonè all’esterno della parola e il concetto di fallo all’interno della sessualità femminile. Tralasciando la prima, cui andrebbe dedicato un intero trattato, ci occuperemo solo del secondo. Il fallogocentrismo, sostiene Derrida, trae la propria linfa dal fatto che il pene è il desiderio della madre/donna in quanto essa non lo possiede. Il fallo è dunque l’organo che simboleggia in primo luogo un pene materno. Questo dà vita all’androcentrismo, in cui la donna rappresenta l’altro e, al pari di Sigmund Freud (1856-1939), v’è qui una sola libido, di natura ovviamente maschile. Nel testo c’è poi un’interessante digressione di Marie Bonaparte (1882-1962), amica e allieva di Freud, su come la lettera che pende al di sopra del camino rappresenti, nel racconto di Poe, il pene femminile - che non c’è e che anzi è ridotto a clitoride - che pende sulla cloaca della donna, sul buco, la vagina. Tutti coloro che si sono interessati allo scritto di Poe ne hanno quindi fornito una lettura fortemente sessualista. Se l’interpretazione della Bonaparte è puerilmente edipica e quella di Freud coinvolge il concetto di castrazione femminile trasferibile nel bambino, è quella di Lacan e Derrida a spingersi negli anfratti più ancestrali della sessualità femminile risolvendo l’enigma con la logica del paiolo («Quando ti ho reso il paiolo era intatto. E poi quando me l’hai prestato era già bucato. E poi non mi hai mai prestato un paiolo…»), ovvero con l’intelletto, dato che «la ragione avrà sempre ragione. Di (per) sé. Essa si intende. La cosa parla di (per) sé. Essa si intende dire ciò che non può intendere». In realtà, per comprendere appieno "Il fattore della verità" è necessario leggere anticipatamente "La lettera rubata": scovare il senso recondito della missiva trafugata, intuirne contenuto e mittente, comprendere l’importanza del suo ritrovamento e della relativa restituzione al legittimo destinatario, quindi trasmutare la situazione contingente in un pensiero culturalmente più articolato per poterne apprezzare gli svicolamenti intellettuali effettuati nel corso del tempo. Quello di Jacques Derrida resta un libro pregno di significa(n)ti, un’opera che si pone non troppo umilmente come case study psicoanalitico.

Jacques Derrida (1978), Il fattore della verità, trad. di F. Zambon, Adelphi, Milano, pp. 177

domenica 1 febbraio 2015

"Il Re del Mondo" e "Gli dèi dei Germani"


Se cristianesimo, ebraismo ed islam condividono tra loro una radice comune storicamente comprovata, altrettanto non può dirsi per le religioni d’oriente (buddhismo, induismo, religione vedica, shinto e confucianesimo) e per quelle ormai estinte (il paganesimo greco-romano, il druidismo celtico, la religione egizia e la mitologia norrena). Tuttavia dagli studi di Georges Dumézil (1898-1986) e René Guénon (1886-1951) è possibile trarre alcune conclusioni - paradossali e per questo molto coinvolgenti - sugli aspetti comuni che tutte le religioni fin qui citate presentano. Tra i più singolari evidenziamo il caposaldo di trinità e il concetto di spirito. Nel suo inconsumato "Il Re del Mondo" (1927), basato sulla ricerca di Ferdynand Ossendowski (1876-1945), Guénon individuava in Agarthi, luogo sotterraneo abitato da esseri semidivini, la primigenia sorgente della spiritualità umana. È legittimo pensare che Agarthi abbia dato linfa alla mitologia di Atlantide, quell’isola perfetta in cui regnavano cultura e spiritualità prima che il sentimento umano prendesse il sopravvento, facendola affondare. Altrettanto legittima è la connessione col Monte Olimpo e, più generalmente, con la nostra idea di paradiso. Il paganesimo greco-romano, notoriamente antropomorfo, era pieno di figure divine che esibivano vizi e virtù degli uomini, a cui si aggiungevano poteri soprannaturali che li distinguevano dai mortali: l’assenza della mortalità era però vissuta dagli dei come un dramma perché non consentiva loro di godere appieno dei frutti del mondo terreno. Ad esempio Zeus (Giove), dio degli dei, unito a Era (Giunone), sovente si permetteva delle scappatelle con altre entità, divine o terrene, trasformandosi di volta in volta in spirito e riuscendo così ad oltrepassare gli ostacoli fisici che si frapponevano tra il suo appetito e la relativa sazietà. Immediatamente nasce il confronto tra la gioviana natura incorporea e lo Spirito Santo di matrice cristiana, quello stesso respiro che ingravidò Maria, rappresentante del femminino sacro (come Giunone lo era per la mitologia romana). Sorprendenti sono poi le similitudini tra le religioni abramitiche e quelle orientali. Seppur giunte a due baie della spiritualità tra loro lontanissime, esse convergono proprio nell’aspetto trinitario della divinità: nella religione indù la Trimurti è infatti rappresentata da Brahma, Vishnu e Shiva. Altrettanto sorprendente è la natura divina di Asgard - legittimo credere che sia l’Agarthi di Guénon -, il regno scandinavo dove risiedevano Odino, Thor e Freyr. Proprio da "Gli dèi dei Germani" (1959) di Georges Dumézil è possibile ricavare informazioni utili sulla disputa tra asi e vani, le due famiglie celesti della Scandinavia, con suggestive riproposizioni delle caricature olimpiche od egizie. Nel mondo esistono molte confessioni religiose e la maggior parte delle persone afferma di credere in una qualche entità spirituale superiore; sta di fatto che le religioni del mondo hanno parecchi punti in comune, anche se geograficamente distanti migliaia di chilometri. Questo può condurre a due sole conclusioni: o gli uomini hanno descritto Dio in maniera similare perché Egli esiste realmente, oppure perché decine di secoli or sono c’è stato uno scambio culturale sotterraneo tra le varie etnie del mondo, uno scambio che ancor oggi è quasi impossibile rintracciare. Una cosa è certa: Agarthi è proprio qui, sulla Terra.

René Guénon (1977), Il Re del Mondo, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano, pp. 112
Georges Dumézil (1976), Gli dèi dei germani. Saggio sulla formazione della religione scandinava, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano, pp. 154


venerdì 30 gennaio 2015

"Pensieri"


Osservatore attento e curioso, fine indagatore nonché gentleman, esperto di analisi sociale, figlio illustre della sua epoca. Giacomo Leopardi (1798-1837) è stato anche questo. Nei "Pensieri" (originariamente inseriti nelle "Opere minori approvate" compilate dal Moroncini nel 1931) raccolti e curati dall’emerito Cesare Galimberti (1928), c’è il Leopardi quotidiano, mondano, che guarda i suoi simili e li descrive raccogliendoli in tipi: v’è il mascalzone, il cittadino, il malato, il rustico, il giovane, l’ignorante, il virtuoso, il ricco, il timido, il celebre, il misantropo, il povero. E spesso ogni osservazione leopardiana va a confrontarsi con l’archetipo donnesco. È superbo Leopardi quando afferma, nel XXIV pensiero, che «chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia. Ancora in questa parte il mondo è simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla» (questa citazione verrà utilizzata da Carmelo Bene come epigrafe al suo "Sono apparso alla Madonna" del 1983) oppure quando nel LXXV sostiene che «il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta». Il recanatese, assurto ad emblema del romanticismo ottocentesco, mostra in queste pagine il suo volto meno aulico; capriccioso e campanilistico, Leopardi afferma nel I pensiero che «il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi», e nel IC che «io conosco città di provincia colte e floride, che sarebbero luoghi assai grati ad abitarvi, se non fosse un’imitazione stomachevole che vi si fa delle capitali, cioè un voler esser per quanto è in loro, piuttosto città capitali che di provincia». Negli ultimi lustri, la cultura italiana sta riconoscendo a Giacomo Leopardi, con colpevolissimo ritardo, le virtù poetiche che gli sono proprie e che erano invece note ai più lucidi estimatori del buongusto italico. Non solo l’opera e il pensiero leopardiani, bensì la sua stessa esistenza fu l’emanazione artistica del vivere romantico in un tempo in cui l’illuminismo stava passando le consegne al nazionalismo tanto che l’Italia, patria par excellence del conte, se per il volgo era soltanto un vago sentore, ad un cor gentile - genuinamente italiano - appariva già chiara ed identificabile.

Giacomo Leopardi (1982), Pensieri, a cura di C. Galimberti, Adelphi, Milano, pp. 187

mercoledì 28 gennaio 2015

"Nudi e crudi" e "La cerimonia del massaggio"


Chissà perché siamo portati a credere che in un romanzo scritto da un maschio in cui vi sia raccontato un matrimonio il protagonista debba necessariamente essere il marito. L’eccezione che conferma la regola la troviamo in "Nudi e crudi" dell’inglesissimo Alan Bennett (1934), nel quale la vera protagonista è la moglie, Mrs Rosemary Ransome. Una vita matrimoniale arida, a cominciare da Donald, figlio mai concepito; passioni al lumicino, qualche peccatuccio piccolo-borghese e un’attività sessuale praticamente inesistente. I Ransome non ricevono mai ospiti in casa, sono abitudinari e misantropi, persino nei loro rapporti intimi. La passione pubblica del marito, Mozart; quella privata, la pornografia. Rosemary trascorre invece le sue giornate nella speranza che qualcosa, chissà cosa, accada, proprio come certi anziani quando devono sbrigare mansioni che esulano leggermente dall’ordinario. Fatto sta che i due benestanti e sconfortanti coniugi (il marito Maurice è valente avvocato) si ritrovano gettati in una sorta di universo parallelo dopo il misterioso furto dell’intero mobilio di casa. L’appartamento diviene deserto, come deserta appare l’esistenza di questi due esemplari di homo oeconomicus. Il libro di Bennett, modellato col tipico registro umoristico britannico, è costruito perlopiù sulla denuncia e successiva ricerca degli arredamenti di casa Ransome ad opera dei due protagonisti che, all’occorrenza, si trasformano in qualcosa di diverso da ciò che erano. Maurice, come in un sogno da cui è impossibile svegliarsi, si impunta sul dozzinale impianto hi-fi che l’assicurazione non intende risarcirgli; Rosemary, d’altro canto, coglie l’occasione del furto per incollare un nuovo significato alla propria esistenza. Ma quale ripartenza potrà mai esserci finché il marito continuerà ad obnubilare la legittima aspirazione della moglie ad una vita diversa? Ecco, è necessario che qualcuno muoia. Meno drammatica e ancor più sarcastica la vicenda del terapista gigolò de "La cerimonia del massaggio" (2000): la scena è quella di una funzione religiosa in memoria del caro estinto, dal quale tutti, a partire dal parroco, hanno ricevuto massaggi speciali. Anche qui l'umorismo nero di Bennett trasforma qualcosa di sacro e convenzionale in qualcos'altro, che non è mera provocazione, visto che il ministro anglicano Jolliffe sembra alimentare il proprio vizietto in sagrestia anche dopo la dipartita del massaggiatore. Alan Bennett, come molti illustri colleghi e compatrioti, si serve del comico per raccontare il drammatico, senza giungere mai al tragico, quel presente assoluto fin troppo nobile per questi uggiosi personaggi.

Alan Bennett (2001), Nudi e crudi, trad. di G. Arborio Mella & C.V. Letizia, Adelphi, Milano, pp. 95
Alan Bennett (2002), La cerimonia del massaggio, trad. di G. Arborio Mella & M. Rossari, Adelphi, Milano, pp. 95


martedì 27 gennaio 2015

"Sette brevi lezioni di fisica"


Come tanti italiani che si trovano fuori patria per perseguire degnamente obiettivi accademici, Carlo Rovelli (1956), fisico teorico residente a Marsiglia, tra i fondatori della loop quantum gravity, ha presentato per Adelphi queste "Sette brevi lezioni di fisica" che vanno ad espandere quanto sinora pubblicato sulla Domenica del Sole 24 Ore. Con linguaggio semplice e mai banale, Rovelli illustra quelle conoscenze che hanno stravolto il Novecento, rendendolo il secolo della fisica: dentro c’è la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), la meccanica quantistica di Niels Bohr (1885-1962), l’architettura del cosmo da Anassimandro al telescopio Hubble, le particelle elementari, le stelle di Planck, la teoria del calore dei buchi neri di Stephen Hawking (1942), ed infine l’essere umano, centro pensante di questo universo e curioso osservatore di quanto accade attorno a lui. Da queste striminzite ed illuminanti lezioni emerge la constatazione che non solo il genio, bensì la scienza tutta, si nutre di dubbi ed esitazioni. In aggiunta, le doti divulgative dell’autore fanno sì che le inestimabili scoperte scientifiche nel campo della fisica siano passo passo accompagnate da rimandi poetici e filosofici (Lucrezio, Baruch Spinoza, Dante, James Joyce, Martin Heidegger ecc.) svelandole per quello che in effetti sono: opere d’arte. Ai profani della scienza questo libriccino farà strabuzzare gli occhi, come i fuochi d’artificio nelle iridi dei bimbi; le sette lezioni di Carlo Rovelli dimostrano che tutti hanno possibilità concreta di capire le cose.

Carlo Rovelli (2014), Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, pp. 88

domenica 25 gennaio 2015

"Una famiglia di patrioti"


Si sente dire da più parti, a mo’ di rimprovero, nei salotti televisivi, nelle università, nelle chiese, in famiglia, che i valori sono andati perduti. Quel che non si sente dire è a quali valori si fa riferimento. Uno di questi è certamente la modestia, in un mondo sovrastato dalla necessità di specializzarsi, dove ognuno è esperto di qualcosa e su quel qualcosa non intende sentir ragione ulteriore. Questo imperativo sociale è ben condensato nell’ormai celebre battuta de "La grande bellezza": «È così triste essere bravi… si rischia di diventare abili». Ciò apparirà ancor più vero dopo aver letto "Una famiglia di patrioti" (1927) di Benedetto Croce (1866-1952). L’autore presenta in questo libro le diverse anime della famiglia Poerio e come queste abbiano, ognuna a modo suo, aiutato e difeso la causa italiana. Di tutti i ritratti eseguiti dal Croce, a colpire maggiormente la sensibilità è quello di Carolina Sossisergio (1778-1852), madre di Alessandro Poerio (1802-1848), donna di intenso afflato patriottico. In una lettera inviata al generale Guglielmo Pepe (1783-1855) in vista della pubblicazione del suo libro sulla campagna del 1848-49, nel quale il militare avrebbe certamente reso gloria al caduto Alessandro, donna Poerio prega Pepe di non esagerare sulle virtù del figlio ed anzi lo invita a non attribuire un’immeritata lode al figlio «che nulla fece di grande fuorché immolarsi alla causa che aveva sposata». Se andiamo a confrontare le austere ma nobilissime parole di Carolina Poerio con quelle di un qualsiasi necrologio odierno, notiamo una notevole distanza in termini di modestia: dove prima predominava l’umile e devota riconoscenza al defunto, cercando quindi di edulcorarne gli altissimi meriti (pur in presenza d’una piissima famiglia), oggi predomina una totale assoluzione di qualsiasi nefandezza compiuta in vita. Dopo la morte di una celebrità, alle cerimonie funebri, nei telegiornali, tra la gente comune, si sente parlare del defunto in termini eccellentissimi, riverenti e deferenti, come se il vuoto lasciato dal morto fosse davvero incolmabile da altro essere umano. Suvvia signori, nessuno vale più di quel che è! Ed allora cerchiamo di riscoprire il sacro valore della modestia, senza urlare più degli altri, senza l’agonismo delle specializzazioni, senza la rincorsa alle onorificenze. Come dice una massima del poeta latino Giovenale: «Rara est adeo concordia formæ atque pudicitiæ».

Benedetto Croce (2010), Una famiglia di patrioti. I Poerio, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, pp. 179

venerdì 23 gennaio 2015

"Il duello"


Giacomo Casanova (1725-1798) è celebre per le passioni amorose che scatenava, per il fascino che esercitava sul gentil sesso e per lo charme con cui si adoperava nella sottilissima arte del corteggiamento amoroso. Tutto questo è contenuto nelle sue "Memorie", scritte dal 1789 in poi. Ma c’è un libello, scorrevole e intrigante, pubblicato da Casanova nel 1780 per ristabilire la verità su un fatto di cronaca che lo coinvolse in prima persona ai tempi in cui soggiornava presso la corte di Varsavia e sul quale venne effettuata una malevola e faziosa disinformazione ante litteram: "Il duello" nasce proprio così. È la storia di un offesa lanciata e ricevuta tra due galantuomini, il Casanova da un lato e il conte Franciszek Ksawery Branicki (1730-1819), gran panattiere del re, dall’altro. L’oggetto dell’insulto - ovviamente una donna maliziosa - scompare subito dal racconto, per lasciar posto alla minuziosa cronistoria del sanguinoso duello e di ciò che avviene dopo. I due contendenti pianificano l’ora e il luogo del duello con grande riguardo, attraverso una circonvoluzione di cortesie e convenevoli di cui oggi s’è smarrita l’abitudine. Entrambi feriti, al termine dello scontro, i due non rinunciano al codice cavalleresco, anche se l’intervento di personaggi terzi, più vili che cortesi, costringeranno Casanova ad una degenza segreta e, in seguito, a lasciare definitivamente la corte polacca. Malgrado ciò, un gazzettiere di Colonia, basandosi su una lettera tendenziosa, difforme non di poco dalla realtà della cronaca, scriverà un articolo decisamente ostile al nostro, tanto che Casanova lo costringerà, con le minacce e con la forza, a correggere quell’infame gazzetta. Se sentì l’urgenza di mettere nero su bianco la propria versione dei fatti, significa che Casanova aveva necessità di ribadirla, sgombrando la strada da qualsiasi illazione o maldicenza. Ma "Il duello" è anche questo: una finestra spalancata sull’Europa di fine XVIII secolo, sull’aria che si respirava a corte, sul declino ormai inarrestabile della cavalleria e su alcune forme umane che ieri come oggi paiono soverchiare tutto e tutti: i mezzi di (dis)informazione.

Giacomo Casanova (1979), Il duello, a cura di E. Bartolini, Adelphi, Milano, pp. 123

martedì 20 gennaio 2015

"Pro o contro la bomba atomica"


Quella che può sembrare un’invettiva contro l’utilizzo di armi di distruzione di massa, figlia della paura ai tempi dell’era atomica, diventa, in questa raccolta di scritti di Elsa Morante (1912-1985), una dissertazione sulla definizione e sul ruolo dello scrittore, un ruolo che non si esaurisce nello scrivere romanzi, ma che occupa l’intera esistenza di questi rari esseri umani. La caratteristica pesanteur della Morante, che lei stessa riconosceva come suo massimo difetto, è in realtà uno sguardo approfondito e diafano sulle vicende umane e sulla psicologia, connotato sovrano degli uomini che rende possibile immaginare e concretare, agire e reagire, amare e comprendere. Il titolo della pubblicazione adelphiana proviene dall’omonima conferenza tenuta da Elsa Morante nel 1965 presso il Teatro Carignano di Torino, ma la genuina ossessione che albergava in lei non poteva certo portarla a dibattere semplicemente di bombe H e guerra fredda. La Morante intravedeva nel concetto di disgregazione la peculiarità dei regimi borghesi che avevano trascinato il mondo in quella stupida divisione in blocchi, cui la bomba atomica avrebbe certamente posto un sigillo di morte violenta. All’interno di questa realtà disgregata sono dunque gli aizzatori di disgregazione a farla da padroni, siano essi statisti, burocrati, artisti o scrittori. Ecco perché il nodo centrale del discorso morantiano ricade con frequenza sulla figura del vero scrittore - e lei cita pure i suoi preferiti: Omero, Miguel de Cervantes, Stendhal, Herman Melville, Anton Čechov e Giovanni Verga - ovvero di colui che ha il compito di fornire un’intera immagine dell’universo, attraverso l’arte, che è «avventura cosciente nel mondo reale, immaginazione, esigenza disperata di verità, religione del futuro e della testimonianza, […] necessità di riconoscersi nella bellezza». Sono le armi della cultura e della verità quelle che la Morante invoca nel suo scritto, armi che pochi possiedono veramente, ma sui quali grava una grandissima responsabilità, quella di permettere alle generazioni future la possibilità di sbirciare al di là del muro, di godere di una fetta di libertà in più, di riconoscersi e riconoscere la componente che più conta tra gli esseri umani: l’umanità.

Elsa Morante (1987), Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, pp. 143

sabato 17 gennaio 2015

"Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale"


Nelle "Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale" (1934) Simone Weil (1909-1943) si interroga sui fattori che determinano il perdurare delle vessazioni capitalistiche sulla classe meno abbiente, e su quali siano le prospettive di annullarle. Con disarmante originalità e attraverso un’analisi oggettiva, la Weil comincia la sua dissertazione con una critica al marxismo, ideata in un periodo certamente non facile, contrassegnato da opposte ed incendiarie ideologie. L’equilibrio dei suoi modi e l’umiltà con la quale contribuisce al dibattito sul macchinismo, sul proletariato e sulla democrazia, la pongono fin da subito in uno spazio avulso, tutto suo, lontano dalle rivendicazioni marxiste dei partiti comunisti europei e, soprattutto, dal bolscevismo russo che, attraverso i piani quinquennali, stava riproponendo il primato della produttività a danno dei lavoratori. La Weil è decisamente controcorrente - più volte la troviamo in aperto contrasto con Karl Marx (1818-1883) - quando afferma che «in una società fondata sull’oppressione, non solo i deboli, ma anche i più potenti sono asserviti alle esigenze cieche della vita collettiva, e vi è impoverimento del cuore e dello spirito negli uni come negli altri, benché in modo differente». L’approccio dell’autrice è sì scientifico ma non difetta di quel buon senso e di quella bontà d’animo caratteristici degli animi sensibili; la Weil è per la pace sociale e auspica un mondo in cui capitale e lavoro operino in simbiosi, ponendo al centro del processo industriale l’essere umano, il lavoro manuale e la capacità personale di coordinamento. In uno dei passaggi più importanti dell’intero libro, il quadro teorico inerente l’edificazione di una società libera, scevra dall’utopia ma tendente alla perfezione, l’idea della Weil ruba a piene mani da Darwin e Lamarck, fino al Cartesio del motto: «L’uomo comanda alla natura obbedendole». Del resto, troviamo spunti interessantissimi nella visione della Weil sulla rivoluzione, sullo smarrimento del nostro tempo, sulle differenti strutture sociali e sulle aspirazioni moderne verso una nuova civiltà, sulla credenza in un progresso materiale illimitato. Simone Weil ha fiducia negli uomini e soprattutto ha fiducia nel tempo, l’unico protagonista in grado di dirci se e come la nostra società arriverà ad un grado soddisfacente di felicità.

Simone Weil (1983), Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano, pp. 158

venerdì 16 gennaio 2015

"La selvaggia chiarezza" e "Trattato del Ribelle"


"La selvaggia chiarezza" è una raccolta di scritti del compianto filosofo e traduttore Franco Volpi (1952-2009) inerenti la vita e il pensiero di Martin Heidegger (1889-1976), pubblicati a mo’ di introduzione nei vari libri del grande filosofo tedesco editi da Adelphi, da "Segnavia" (1987) a "Parmenide" (1999), passando per "Che cos’è metafisica?" (2001) e "Lettera sull’umanismo" (1995). Essendo un libro postumo, "La selvaggia chiarezza" ha necessitato delle cure di Antonio Gnoli (1949), validissimo collaboratore di Volpi, e, nonostante le difficoltà di comprensione per un non addetto ai lavori, si presenta come un esauriente compendio di heideggerismo. Il libro, pur non seguendo una linea cronologica, parte dalla formazione cristiana di Heidegger, cui seguirà il repentino distacco per seguire in autonomia e libertà la ricerca metafisica e ontologica sui concetti di Sein (essere), Seyn (Essere) e Dasein (esserci), ponendo l’accento sul termine greco di ἀλήθεια (aletheia), in quanto verità dis-velata, immessa da Aristotele nel linguaggio odierno tramite una caratterizzazione che, elidendo l’alfa privativo, ne ha soppresso la qualità di negazione. Qui il pensiero di Heidegger viene analizzato nelle sue continue e severe indisposizioni con la fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938) fino a quello che si rivelerà il vero crocevia del pensiero heideggeriano: l’incontro col nichilismo. La rivoluzione di Friedrich Nietzsche (1844-1900) opererà una tale distruzione sul concetto di Dasein che il sistema di Heidegger ne rimarrà a lungo desertificato. La prova di questa frustrazione è evidente nel carteggio intessuto con un altro grande critico del nichilismo, Ernst Jünger (1895-1998) - che nel "Trattato del Ribelle" (1951) prefigurerà l’anarca, colui che attraversa il bosco, ovvero le comuni regole del vivere e pensare civili - col quale disquisirà circa il superamento o meno del nichilismo stesso ("Oltre la linea", 1989). È proprio questo uno dei momenti più densi del libro, assieme a quello riguardante il concetto di Ereignis (evento), trasvalutato da Heidegger per definire l’indefinito, così com’è ancor oggi per il λόγος (logos) o il Tao ("Contributi alla filosofia. Dall’evento", 2007). Al pari delle filosofie orientali, il nichilismo si nutre di insondabilità ed inintelligibilità, poiché la comunicazione verbale non basta a descriverne l’ampio spettro di potenzialità, metodi ed obiettivi. Altrettanto interessante ci appare la storia accademica del filosofo tedesco allorché, ritrovatosi rettore dell’Università di Friburgo, smette di produrre pensiero poiché oberato dagli affari amministrativi, o quando, nell’immediato dopoguerra, viene allontanato dalla comunità accademica per il suo trascorso nazionalsocialista, accusa che investì l’intera galassia nichilista a causa della banalizzazione operata tra la volontà di potenza nietzschiana e i totalitarismi europei che avevano generato il conflitto planetario. Il libro in oggetto si conclude col fallimento personale di Heidegger e dell’heideggerismo, dei quali è legittimo pensare qualsiasi cosa, ferma restando la genuinità con la quale hanno ininterrottamente battuto tutti i sentieri, più o meno agibili, per giungere alle radici dell’Essere e dell’essere umano. Franco Volpi termina questo suo viaggio affermando che «per avventurarsi troppo in là nel mare dell’Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo che si offre alla vista è sublime». Su questo mare magnum di essenza e trascendenza, materia e spirito, resta a galla l’impervia ed infrangibile trasparenza del pensiero (post)nichilista che ammette il Tutto in quanto emanazione del Nulla, e in cui ogni postulato assunto per ricercare il senso diventa esso stesso la tesi che lo confuta.

Franco Volpi (2011), La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger, a cura di A. Gnoli, Adelphi, Milano, pp. 336
Ernst Jünger (1990), Trattato del Ribelle, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, pp. 136


venerdì 29 novembre 2013

L'unità di Roma è in discussione


Ignazio Marino è un medico genovese che ha sempre ricoperto ruoli pubblici legati alla sanità, all’igiene e alla salute nazionali. Quest’anno invece ha deciso di fare il sindaco di Roma (col voto di moltissimi cittadini romani, sia chiaro) e vuole improvvisarsi urbanista, artista, architetto ed ingegnere tout court, per quella che potrebbe esser definita una vera e propria reazione urbanistica: la rimozione di via dei Fori Imperiali. Molti turisti non sanno che la strada che unisce il Colosseo a Piazza Venezia fu fortemente voluta da Mussolini come compimento della sua idea di romanità. Assieme a via della Conciliazione, quella dei Fori Imperiali rappresenta la chiusura del triangolo storico della Città Eterna. Il Vaticano, simbolo della Roma cristiana che, attraverso lo sventramento del Borgo Pio e Corso Vittorio Emanuele II, si sarebbe idealmente unito al Vittoriano, emblema della nuova Roma fascista, a sua volta collegato al Colosseo, maestoso simulacro della Roma imperiale. Il progetto mussoliniano è ancor oggi discutibile ma è fuor di dubbio che sia stato un progetto artisticamente valido, perché conteneva in sé significati che andavano oltre la mera pianificazione urbanistica (realizzazione di strade, vivibilità del tessuto cittadino, valorizzazione delle rovine ecc.).

Che la motivazione del nuovo piano mariniano sia quella di permettere alle rovine sottostanti di tornare alla luce dopo ottant’anni di oblio o - ci auguriamo di no - quella prettamente ideologica di rimuovere tutto ciò che ricordi il ventennio fascista, il cuore del discorso non cambia. La proposta di abbattere via dei Fori Imperiali sarebbe un atto reazionario, spacciato per rivoluzionario da chi finora non s’è mai interessato di urbanistica e architettura, né tantomeno di arte. Il varo di due commissioni di studiosi per valutare l’impatto e la fattibilità dell’opera diventa ancor più grave se contestualizzato nel frangente attuale, caratterizzato dalla crisi socioeconomica. Ciò che abbiamo spesso rimproverato agli amministratori di sinistra di Roma era proprio un certo gusto per la demagogia, il voler rendere Roma una vetrina del proprio mandato elettorale, in barba alle più elementari norme di rispetto architettonico e urbanistico.

Marino è un brav’uomo, valido dottore, amministratore niente male, ma se facciamo il confronto tra la visione sua e degli studiosi di cui intende circondarsi, e la visione mussoliniana con lo stuolo di insigni architetti e urbanisti dell’epoca, ci viene da pensare che Roma sarà costretta all’ennesimo tentativo di annientamento artistico.

domenica 30 giugno 2013

Bene, adesso basta (VI)


6. Amleto, Salomè e gli altri
V’è una nostalgia delle cose che non ebbero mai un cominciamento. Leopardi o Gozzano, fa lo stesso. L’opera di Bene, l’aedo di Ennio Flaiano (1910-1972), vive da secoli, per secoli, da per sempre. Tanti sono stati i personaggi delle sue opere ed ora cercheremo di tracciare un ritratto di alcuni di essi, cercando il minimo comun denominatore, se mai ce ne fosse uno. Innanzitutto Caligola, l’imperatore che massimamente rappresenta la solitudine del tiranno, perché artista di scarso gusto e, come tutti gli artisti tali, non si fa capace di veder disprezzata la propria arte, rifugiandosi infine nella frustrazione e nella vendetta inconscia. Potere e frustrazione rappresentano un mix micidiale per ogni buon regno: pensiamo a Hitler, anch’egli pittore di dubbio talento, o a Kim Jong-il, il caro defunto nordcoreano, che si dilettava con libercoli di tremenda fattura. Il "Caligola" di CB fu la prima e forse unica rappresentazione originale, totalmente patrocinata dall’autore stesso, Albert Camus (1913-1960), e per di più senza alcun pagamento di diritti d’autore. Pinocchio, figlio della provvidenza, ci appare invece in tutta la sua complessità, lontana dal chiacchiericcio collodiano delle scuole di Stato. Il burattino è la riscoperta del femminile, un infortunio, giacché dal rifiuto della crescita deriva una più alta maturazione della volontà di potenza. Come già detto in precedenza, CB riconosce alle età vergini una qualche forma di purezza, di divinità. Il testardo infantilismo di Pinocchio è proprio la negazione della coscienza della maturità, quella marcescenza che fissa nella mente degli uomini la possibilità di dire, fare e pensare, persino progettare. Balle. In Pinocchio l’insensata giovinezza è vissuta come caos, antitesi, parola slegata, follia e candore. Poi c’è il "Faust" di Goethe, il male incarnatosi, il dubbio scientifico che delega la sua alchimia al maligno. Già Arrigo Boito aveva rappresentato nel superlativo "Mefistofele" del 1868 la sciagurata scelta del dottor Faust ma ne aveva positivizzato il nichilismo. La differenza importante fra l’idea dello scapigliato Boito e quella dell’attore Bene, sta proprio nell’assenza di valori di quest’ultimo. Se Boito ricorreva al nichilismo di Nietzsche per farlo approdare ad un bene superiore, CB elimina qualsiasi riferimento alla dicotomia bene/male, anzi elimina direttamente l’intenzione di Goethe dalla questione, proponendo una parodia dell’assurdo, fumettistica, tanto che Mefistofele e Faust non sembrano nemmeno più paladini del male, bensì prodotti di scarto della teologia cristiana. Su Lorenzo de’ Medici, trasfigurato da CB in Lorenzaccio, vale ancora la critica che ne fece Maurizio Grande (1944-1996) ne "La grandiosità del vano" (1986): «Ciò che è vano può essere grandioso? Esiste una grandezza del non andare a segno, del fallire il bersaglio, del mancare il colpo? E ancora. Esiste una grandezza del gesto clamoroso di cui ci sfuggano le conseguenze? Esiste un’azione che non colga il suo scopo? Si può chiamare azione il gesto che afferma la propria vanità? Non soltanto la sua insufficienza, la sua crisi, la sua negazione, ma la sua vanità; vale a dire la sua gratuità, la rinuncia ad iscriversi in un progetto quale che sia e, soprattutto, a rendersi responsabile della modificazione della situazione, rivendicando per sé solo il momento dell’atto?». Ecco, "Lorenzaccio" fu proprio questa vanità, questo episodio privato (cioè mancato) della vita di Lorenzino. Mirabile poi la (ri)visitazione della figura di Salomè, nipote di Erode, che si innamora di Giovanni Battista, attratta dalle sue invettive contro la nobiltà locale. Arrestato san Giovanni, Salomè ne chiede l’uccisione dopo esser stata rifiutata ma, una volta effettuata la condanna a morte per decapitazione, fa scempio sessuale del cadavere del santo, fino a restar uccisa anch’ella per aver fatto inorridire il re galileo. Il tragico di questa vicenda è in CB travisato come impossibilità reale al martirio: là dove non c’è altra santità se non quella, pornografica, di pregare un dio, non v’è opportunità di morire per una fede. L’opera di Oscar Wilde (1854-1900) viene quindi trasposta in una dimensione surreale ed onirica, nella quale Gesù Cristo, che viene abbandonato in croce ben prima dell’uccisione del Battista, si fa mostro, vampiro, ormai non più barbaro in un mondo civilizzato. Alla fine di questa mia insana galleria di personaggi beniani (pro)pongo Amleto. Ma della figura shakespeariana non se ne può davvero parlare perché il percorso inventato da Bene nel suo film "Un Amleto di meno" (1973) è talmente pazzesco ed insensato che gettarsi in un qualsivoglia chiarimento sull’ambiguità della sua visione risulterebbe un’operazione perlomeno indisponente. Io c’ho provato ma non ci sono riuscito.

sabato 29 giugno 2013

Bene, adesso basta (V)


5. L’aldilà di Eros e l’avvento del porno
All’(est)etica di Carmelo Bene dobbiamo il titolo di questo blog. La svogliatezza che infatti abbiamo scelto come suprema caratteristica di quest’era è quel sentimento che CB identifica nell’aldilà di Eros. Alla morte del dio della grazia e del desiderio reciproco sorge l’oltre del desiderio stesso, ovvero il desiderio non più desiderato, la manchevolezza del bisogno e del piacere, ovvero il porno. Sul fatto che la nostra sia un’epoca fortemente pornografica c’è poco da discutere: ogni relazione umana è portata alla nefandezza estrema, voyeuristica, è trascinata nell’abbandono dell’interesse per impuro sadismo (e il marchese de Sade qui c’entra poco e niente), è scarnificata fino alla più completa svogliatezza. Se prendiamo in prestito da Freud il concetto di sesso come primario trauma inconscio, notiamo che anch’esso è diventato qualcosa di estremamente svogliato, scontato, deprezzato, quasi fosse diventato un obbligo da rispettare per carità di Stato. Il già citato Jacques Lacan sconfesserà il pensiero freudiano attraverso la linguistica di de Saussure, ma quello che ci interessa sottolineare in questa sede è il mancato, conseguenza perenne dell’era della svogliatezza. Franz Kafka (1883-1924), il più grande pornografo della storia, è stato un (in)consapevole estimatore del mancato (la sua pornografia è evidente ne "Il processo" del 1925). Perché in effetti siamo quel che (ci) manca: di tutte le possibilità, infinite, noi siamo la meno probabile, la meno interessante, la più insignificante. CB dedicò molta della sua opera al porno – ma sarebbe meglio dire all’osceno. Traviò molti dei suoi personaggi, molestò il pubblico che assisteva, violentò opere intoccabili della drammaturgia internazionale, stuprò teatri e regie. Eppure Bene era sempre e soltanto alla spasmodica ricerca del suo oltre, del suo essere fuori della scena, di essere egli stesso il teatro e non un commediante che interpretava qualcun d’altro. L’opera beniana non è pornografica ma vive nel porno. Non c’è altra soluzione al dilemma della morte di Eros se non cantare le gesta del suo opposto, lasciando intatta l’indecifrabilità dell’arte, lasciando ai posteri, tra secoli o millenni, l’ardua sentenza sulla morale di CB. È possibile comprendere la vita? No. E allora perché dovrebbe essere comprensibile l’arte?

venerdì 28 giugno 2013

Bene, adesso basta (IV)


4. L’incomunicabilità della parola
Uno dei più importanti problemi che Bene risolse, in ambito teatrale, fu quello riguardante la comunicazione dell’attore. Partendo dall’assunto che il discorso non fa parte dell’essere parlante, in quanto una volta fuori di esso non è più parte di esso, CB fu il primo a portare in scena il microfono, contravvenendo al tradizionale divieto di amplificare la voce. Grazie alla musicistica di Luciano Berio (1925-2003), che a lungo lavorò sul timbro vocale di Cathy Berberian (1925-1983), Carmelo riuscì a convincere il teatro che il microfono in realtà non amplificava un bel niente. Semmai è l’attore non amplificato che è costretto ad impostare e modulare la propria voce, falsificandola ed esponendola al pubblico ludibrio. Con la scelta oscena (proprio perché fuori della scena) di amplificare la voce CB ingannò il pubblico nell’ormai celeberrima "Lectura Dantis" a Bologna, una magnifica odissea dantesca ben lontana e aristocraticamente superiore alla grottesca caricatura perpetrata negli ultimi anni da Roberto Benigni (1952) sui testi del sommo. Il trauma del linguaggio, come analizzò approfonditamente lo psicologo Jacques Lacan (1901-1981), stava proprio nell’assenza del significante, quel piano del linguaggio che ne è la forma ma che riferisce già il contenuto, ovvero il significato. Quando CB affermava che «il significato è un sasso in bocca al significante», intendeva proprio l’inscindibilità dei due concetti, anzi evidenziava l’irrisolvibile questione dacché il primo ostacola sempre il secondo, fino a confondersi con esso, almeno alle spaurite orecchie del pubblico. La soluzione di Bene è ancora lungi dall’esser accettata, ma rimane a mo’ di profezia autoavverantesi. L’idea beniana dunque non si ferma al teatro, incomunicabile per definizione, ma si allarga a tutti gli ambiti della vita. La parola, quel mirabile ed oscuro oggetto che viene espulso dai nostri corpi, non è mai di nostra proprietà. E se la parola non è nostra e non ci rappresenta, allora anche il pensiero – che noi crediamo abbia partorito quella parola – non ci appartiene ed è fuori di noi, è altro da noi. Al posto nostro parlano milioni e miliardi di significanti, di cui è impossibile tracciarne i contorni proprio perché rappresentano la stratificazione operata dalla storia che è alle nostre spalle, sulle nostre spalle. Quando i futuristi, per primi, violentemente trascinarono nella prosa e nella poesia l’arte del paroliberismo (consigliamo di leggere il "Manifesto tecnico della letteratura futurista" pubblicato da Marinetti nel 1912), ci stavano semplicemente prendendo a schiaffi per farci aprire gli occhi su questo aspetto della comunicazione: che tutta la nostra vita è fatta di parole, dunque di stupidaggini. Ancor più stupido è colui che dà un peso concreto a queste parole.

giovedì 27 giugno 2013

Bene, adesso basta (III)


3. Non si sfugge alla macchina
Gilles Deleuze (1925-1995), forse il più grande filosofo francese del Novecento, affermava che: «On n’échappe pas de la machine». Ma qual è la macchina a cui Deleuze, e CB di rimando, si riferiscono? La storia, ovviamente. Perché tutta la storia che ci portiamo sulle spalle non è altro che la manifestazione eziologica della borghesia, della libertà, dello Stato. La machine è pressante quotidianamente negli affetti, nel lavoro, nella passione, nel dolore, nell’entusiasmo. Quale libertà è mai possibile se la machine foraggia il lavoro? Nessuna, infatti non si può esser davvero liberi se lo Stato fa di tutto affinché i suoi cittadini siano occupati: in parole povere, la macchina cerca di occupare il nostro vuoto con attività direttamente utili alla macchina stessa. È nella vera disoccupazione la libertà dalla macchina. Come pure sta nel rifiuto dell’amore, uno degli altri escamotage inventati dalla storia per preservare la specie, per ordinare in matrimoni, coppie e affetti l’infinita vaghezza dell’uomo. La libertà, questa terribile catena che incatena l’uomo a ciò che non esiste, si fa ancor più indecente nella stampa e nell’informazione. La libertà di stampa è un mostro da uccidere e, forse, si rende sopportabile solo allorché diventa libertà dalla stampa. Come può la stampa informare sui fatti se non fa altro che informare i fatti? Proprio per la confusione semiotica venutasi a creare tra atto, fatto e azione (come spiegato nel precedente intervento), i mezzi di stampa, che le democrazie portano sugli altari come supremo segnale di libertà, non fanno che parlare di fatti – per definizione, non più esistenti, quindi non più nei fatti. In "Guerra e pace" (1865-69) Lev Tolstoj (1828-1910) sosteneva che: «L’arma più potente dell’ignoranza [è] la diffusione di materiale stampato». A tal riguardo concentriamoci su come la machine deleuziana brutalizzi ogni legittima aspirazione al buio. Non si sfugge alla macchina, dunque. Schiere di filosofi ed artisti (da Schopenhauer e Kierkegaard fino a Piero Manzoni e Lucio Fontana) hanno cercato di spezzare questo giogo ma Bene c’ha convinto che né lo strumento del pensiero né quello dell’arte sono in grado di rompere la catena di montaggio. La soluzione è sempre la stessa: uscire da sé e dalla storia. Depensando fino a decostruirsi, riducendo fino a scomparire, annientando fino a non lasciar traccia alcuna; il tutto si traduce quindi in un’elevazione verticale della volontà di potenza. Tanto che CB non usa mai il concetto di nichilismo, né tantomento quello di trascendenza, ma è fin troppo chiaro che il suo essere oltre se stesso è ciò che i nichilisti hanno sempre tentato di spiegare, nel "Viaggio al termine della notte" (1932) di Céline (1894-1961) come ne "L'inconveniente di essere nati" (1973) di Emil Cioran (1911-1995). La fede nella libertà democratica – ovvero la servitù alla macchina – ha finanche convinto i cittadini – ovvero i sudditi dello Stato – ad uno scandaloso capovolgimento di ruoli: da elettori ad eletti. La bestia della democrazia, attraverso l’alfabetizzazione delle masse, ha cioè confuso i piani sociali a tal punto che il votante, stanco della sua mansione quotidiana, ha potuto aspirare all’onorabilità di esser eletto. Il risultato? I giovani rappresentano la classe politica peggiore mai esistita in questo Paese. Insomma, bisogna smettere di produrre capolavori ma essere dei capolavori. Senza vanità, senza entusiasmo, senza passione. Essere finalmente per essere. Oltre la macchina, al di là del deus ex machina.

mercoledì 26 giugno 2013

Bene, adesso basta (II)


2. Poi, d’incanto, apparve alla Madonna
«Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna. Io sono un cretino che la Madonna non l'ha vista mai. […] I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso […]. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo». CB la Madonna non la vide mai, se non guardandosi allo specchio. E questo perché il depensamento beniano, come tutte le grandi intuizioni, è pregno di religiosità. Da Aristotele a Hermann Hesse (1877-1962), lo spiritualismo gnostico di Bene è presente in tutti i secoli della storia, geograficamente a Oriente come ad Occidente. E poi la grande bugia dell’atto e dell’azione, perché l’atto sconfessa sempre l’intento programmatico dell’azione, tanto che vengono a collimare finché l’attore – che viene da agere (perorare) e non c’entra niente col recitare (citare la cosa) – diventa egli stesso l’atto. Figuriamoci poi l’altrettanto enorme bugia del (mis)fatto. Chi si approccia al taoismo e, in generale, alle filosofie orientali, noterà la medesima assenza di oggettivazione (l’unica differenza è nel giudizio morale tra l’illuminazione e il sovrauomo). Ne "Lo zen e il tiro con l'arco" (1948) di Eugen Herrigel (1884-1955), questo professore tedesco di filosofia prende lezioni di tiro con l’arco da un maestro zen, fino a smascherare la menzogna della volontà, fino ad esser egli stesso l’arco, fino ad esser egli stesso la freccia, fino ad esser egli stesso il bersaglio, fino a non esser più lui. Come sosteneva Arnold Schönberg (1874-1951), padre della dodecafonia: «Ich bin nur das Sprachrohr einer Idee» (Sono solo l'altoparlante di un'idea); come Demetrio Stratos (1945-1979), leader degli Area, che cantava la voce nelle sue diplofonie e triplofonie; come san Giuseppe da Copertino che oltrepassava la sua santità fino a misconoscerla; come Francis Bacon (1909-1992) che dipingeva la pittura pur di non dipingere. Come tutti coloro che vanno oltre se stessi nell’interesse dell’arte, anche CB oltrepassò i dogmi dell’esistenza e apparve a Maria, la figura che in mariologia è per definizione advocata ancor prima che assumpta. In quel capolavoro della cinematografia italiana che è "Nostra Signora dei Turchi" (1968) l’impossibilità di agire è ben rappresentata da un Bene impacciato, istupidito, inconscio. Un santo autobeatificatosi che si rinnega sempre, si morde la coda ed infine impazzisce meritatamente. «I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all'assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino. Religione è una parola antica. Al momento chiamiamola educazione».

martedì 25 giugno 2013

Bene, adesso basta (I)


Il corpo di Carmelo Pompilio Realino Antonio Bene nasce in Salento il 1° settembre 1937 e muore a Roma il 16 marzo 2002. Impossibile sarebbe disvelare il capolavoro che si cela dentro questo corpo, abortito perché non voluto, rinnegato, ed infine smarrito, abbandonato, assieme al proprio io. Bene è oggettivamente il più grande attore e drammaturgo italiano del Novecento, anche se di questa oggettività ci interessa poco. Del suo essere capolavoro rimangono regìe, scritti vari, pellicole, articoli, libri, partecipazioni, interviste, prove d’attore, lezioni. Cercheremo di dipanare la matassa di significa(n)ti presenti nell’opera e nell’azione beniana, o sarebbe meglio dire nell’azione di coloro che operavano in Bene, proprio perché CB si desertificò a tal punto da diventare un condominio in cui diverse voci parlavano, discutevano, creavano e fluivano in un geniale e talentuoso intreccio di significati. Carmelo si è fabbricato e poi abbattuto, lasciandoci come prima certezza quella di esser diventato un classico, al pari di Shakespeare, Bufalino, Montaigne, Moravia, Eliot. E, per definizione, ciò che è classico non è mai di moda, né fuori di essa, non ha affini e non ha eguali, non ha tempo perché è eterno: a ben vedere, i classici non hanno contemporanei.

1. Il classico esonera dal contemporaneo
Cos’è classico? Come ebbe modo di definire Italo Calvino (1923-1985) in un articolo del 1981 per L’Espresso, «un classico è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sè, ma continuamente se li scrolla di dosso»; è dunque un’opera che esercita una decisiva influenza sulla formazione dell’individuo. L’opera di CB, non per forza letteraria, rientra decisamente nella categoria dei classici. La sua vita, fattasi capolavoro con l’invenzione e la ricerca sulla macchina attoriale, è diventata classica essa stessa. Se pensiamo a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), non fu lui a rendere l’Ermafrodito un capolavoro ma fu la statua a rendere capolavoro il Bernini, tant’è che egli ancor’oggi vive nell’opera tramandataci. Dunque anche Bene, come tutti i veri artisti, ha creato l’arte che va oltre di sé e che anzi rende arte l’artista stesso: nel caso specifico, CB ha reso possibile che la sua vita diventasse arte semplicemente non vivendola, riducendola, rifiutandola. Cronologicamente, fra tanti contemporanei di notevole interesse, Bene fu l’unico a diventare atemporale, offrendosi alle masse non come un grande artista del Novecento bensì come ars historica, ovvero come summa semantica di quanto è avvenuto da Adamo in poi. Riprendendo Calvino, possiamo senza dubbio confermare che «è classico tutto ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno». Verissimo, perché Bene fu sì uomo del suo tempo ma al contempo relegò la realtà politica, sociale e culturale di allora a qualcosa di già visto, già sentito, già conosciuto. Il suo uscire dalla storia e il suo essere da per sempre esistito lo pongono aristocraticamente su un livello superiore a qualsiasi individuo. In questa incessante riduzione del suo io, in questo svuotamento del concetto di soggetto, sta la realizzazione dell’Übermensch nietzschiano, ovvero nell’esenzione della volontà di potenza. Carmelo Bene sostituì Dio. Diventò Dio. Ed infine commise il più grave dei peccati, il deicidio, riducendosi/elevandosi all’Informe, come fosse un neonato, come l’Adorabile di Rimbaud, ben rappresentato da Pasolini in "Teorema" (1968) attraverso l’ospite che fa sesso con tutti i componenti della famiglia e li lascia sperduti e spaesati, addirittura catatonici, lui che viene dal deserto, lui puro e incomunicabile, lui eterno.