martedì 14 luglio 2015

"Sono il fratello di XX" e "La passione"


«Osservare gli altri è sempre interessante. In treno, negli aeroporti, nei convegni, mentre si fa la fila, mentre si è seduti in due a un tavolo; insomma in ogni occasione dove scorrono gli esseri. Anche a chi non viaggia o è molto solo capiterà di uscire per una mezz’ora in strada. E di osservare un gatto terribilmente assorto e vigile nel puntare la preda. O nell’artigliarla. […] Quando ha raggiunto il bersaglio, all’improvviso il gatto si distrae. Gli etologi chiamano questo movimento Übersprung. Avviene poco prima del colpo mortale». Così l’elvetica Fleur Jaeggy (1940), tanto capziosamente quanto impercettibilmente, definisce in "Gatto" il proprio stile di scrittura, praticamente tutto uno svicolamento dai canoni convenzionali. Qui abbiamo superato sia la scrittura libera che il flusso di coscienza. Nei racconti contenuti in "Sono il fratello di XX" c’è la Jaeggy di sempre, quella che dai dettagli in apparenza insignificanti riesce a costruire mondi e universi paralleli, nelle cui fondamenta v’è sempre uno scheletro di solitudine. Fleur Jaeggy cita anche Djuna Barnes (1892-1982), una scrittrice statunitense troppo poco conosciuta per lo stile innovativo e fin troppo acclamata per i trascorsi familiari. I suoi racconti non proprio stringati contenuti ne "La passione" hanno molti punti in comune con quelli di "Sono il fratello di XX", se non fosse per quella vena più marcatamente esistenzialista della Barnes. La Übersprung delle due notevoli scrittrici sta proprio in quell’improvviso e temporaneo allontanamento dagli aspetti pratici della vita, come un suicida che, dopo essersi gettato da un ponte altissimo, si accende una sigaretta durante il volo.

Fleur Jaeggy (2014), Sono il fratello di XX, Adelphi, Milano, pp. 129
Djuna Barnes (1980), La passione, trad. di L. Drudi Demby, Adelphi, Milano, pp. 122


mercoledì 8 luglio 2015

"Futilità" e "La sovrana"


La rivoluzione, la libertà, l’uguaglianza, tutte cose molto belle già per il semplice fatto di nominarle. In realtà l’avvento di cambiamenti così drastici all’interno di una società iniqua, se da una parte assicura maggiori diritti a classi sociali via via più estese, dall’altra esautora e svilisce - più spesso abbatte o massacra - le classi che rappresentavano quella stessa società. E non intendiamo qui soltanto i sovrani o gli aristocratici o gli sfruttatori, ma anche e soprattutto la piccola e media borghesia che, come nel caso russo all’indomani della rivoluzione d’Ottobre, andò incontro alla rovina più nera. Nell’occidente abbacinato dal mito della rivoluzione bolscevica sono tantissimi i riferimenti letterari a quel mondo utopico e reale a un tempo, come se l’URSS fosse un Bengodi socialista per il corpo e lo spirito; tuttavia dalla Russia stessa cominciarono a provenire, nell’era della distensione crusceviana, le prime legittime rimostranze verso lo stato totalitario e lo strumento da esso utilizzato per garantire la pace sociale: il gulag. Fra questi due antipodici fuochi v’è un misconosciuto scrittore inglese nato a San Pietroburgo, William Gerhardie (1895-1977), che ha raccontato la Russia sovietica negli occhi di un imprenditore minerario e di come i bolscevichi lo abbiano praticamente messo in mutande. "Futilità" (1922), lo dice il titolo, è proprio l’atteggiamento di questa famiglia - allargata all’inverosimile, poiché tutti dipendono dal reddito del capofamiglia - vieppiù attaccata alle insulsaggini borghesi, a quelle sacrosante futilità che la collettivizzazione ha sradicato. È come se la rivoluzione leninista abbia sacrificato sull’altare dell’eguaglianza il diritto ad essere banali, soddisfatti, realizzati. La vita degli esuli russi in terra di Francia è invece il nucleo narrativo de "La sovrana" (1932) di Nina Berberova (1901-1993), anch’ella pietroburghese. La famiglia ritratta dalla Berberova è diventata già una cellula sociale spaiata, le cui futilità sono le stesse di oggi: l’amore, l’università, la carriera, la convivenza, i rapporti familiari. Le vite raccontate in questi due libri non sono fotoromanzi tant’è che non terminano all’ultima pagina. Gerhardie e la Berberova ci forniscono gli elementi per cercare di comprendere, ci offrono un assaggio di cosa sono stati i russi e la Russia al di là d’ogni stereotipo. A noi, a voi, sta la possibilità di farsi un’opinione.

William Gerhardie (2003), Futilità, trad. di G. Celati, Adelphi, Milano, pp. 231
Nina Berberova (1996), La sovrana, trad. di M. Calusio, Adelphi, Milano, pp. 134


lunedì 6 luglio 2015

"L'Infanta sepolta" e "La casa madre"


Negli occhi ingenui dei bambini curiosità, grazia e stupore. Vedono cose che non esistono, persone che non ci sono più frammischiate a esseri immaginari, e a credergli si rischia di passar per pazzi. Ma quando un adulto conserva quella visione pura e scanzonata, allora sì che la vista del mondo può diventare scintillante. È il caso della silloge de "L’Infanta sepolta" (1950) della mediterranea Anna Maria Ortese (1914-1998), in cui ogni racconto è storia immaginifica - di un angelo, un dio, un padre, un signore - quasi sempre all’altezza d’una ragazzina. C’è l'adorata Napoli, luminosa e adagiata sul golfo, abitata da un popolino povero e regale, e poi ci sono queste pillole di grazia che la Ortese, in un linguaggio tutt’altro che comune, dispensa come fossero caramelle. L’autrice pare timorata di Dio se non fosse per quella vena surreale, a tratti panteistica, che affiora tra le pagine di queste novelle. Al pari, anche Letizia Muratori (1972), con gli occhi di bambini curiosi e pettegoli, presentò nel 2008 due amabili storielle ne "La casa madre". Dapprima una bambina alle prese con una bambola in un caleidoscopio di disavventure scolastiche e drammi familiari, poi un bambino troppo invadente ma genuinamente affezionato alle sue eroine puttane, finché il colpo di scena finale ruberà al lettore un ampio sorriso tra ironia e amarezza. Bambini, quindi. Esserini sacri, a volte trattati come bestie o, peggio, come oggetti da genitori tossici, preti perversi, maestri violenti, stronzi. Nei libri di queste due valenti scrittrici l’universo bambino si scrolla di dosso tutte le cronache torve di questo secolo per giungere alle sue origini, dove il valore primo qualificante è proprio la grazia divina.

Anna Maria Ortese (2000), L’Infanta sepolta, a cura di M. Farnetti, Adelphi, Milano, pp. 196
Letizia Muratori (2008), La casa madre, Adelphi, Milano, pp. 114


venerdì 3 luglio 2015

"L'impronta dell'editore" e "Cento lettere a uno sconosciuto"


Aldo Manuzio (1449-1515) è stato un umanista italiano, il primo vero editore della nostra penisola. Per i suoi tipi - oggi roba da collezionisti e intenditori - sono usciti, a partire dal 1494, diverse opere di Tucidide, Aristofane, Erodoto, Platone, Aristotele, Sofocle ed Euripide, perfettamente in linea con lo Zeitgeist umanistico, teso a riscoprire i gioielli della drammaturgia, della letteratura e della filosofia precristiane. Ma c’è una pubblicazione su tutte che sembra stonare e che invece segna il passo della tipografia Manuzio: la "Hypnerotomachia Poliphili" (1499), romanzo allegorico scritto forse da un certo Francesco Colonna. È questo il libro che fa letteralmente impazzire Roberto Calasso (1941), oggi direttore editoriale di Adelphi dopo un’epica gavetta al fianco di Bobi Bazlen (1902-1965). Il nostro critico/scrittore/editore è convinto che una casa editrice, per definirsi tale, non deve limitarsi a pubblicare libri, fiutando il talento degli scrittori o sui consigli di qualche avveduto agente letterario, bensì ha l’onere di creare una forma, unica e irripetibile, una configurazione che sia qualcosa di consustanziale col contenuto dell’opera. Più che una ideologia, una religione. Calasso, ne "L’impronta dell’editore", parla delle origini di Adelphi - la sua Chiesa - e di come questa abbia cercato di sollevare dai fanghi della storia la letteratura germanofona di fine Ottocento, tutto il mondo onirico e surreale di certi sconosciuti prosatori, testi più o meno sacri delle religioni del mondo e altri autori che lo Zeitgeist presessantottino etichettava, senza mezzi termini, come fascisti o, nel migliore dei casi, borghesi: Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Ernst Jünger, Konrad Lorenz, Curzio Malaparte; è sempre Adelphi che ha tradotto e pubblicato in Italia Georges Simenon, Joseph Roth, Irène Némirovsky, J.R.R. Tolkien, Mordecai Richler o Emmanuel Carrère. Un’altra scelta operata da Calasso, tesa a far collimare estetica e sostanza, è quella del risvolto - un’arte vera e propria -, nel quale l’editore affronta i nodi del libro che si appresta a presentare al pubblico come avulsi dal libro stesso: non a caso i temi adelphiani sono sempre coessenziali alla realtà. Calasso ne ha dunque selezionati un centinaio per le sue "Cento lettere a uno sconosciuto". Le sfide del futuro sono tante per chi guida un’azienda del genere ma il libro, al pari del disco, non perderà la sua materia; non sentiremo mai la mancanza dei libri, semplicemente perché mai spariranno. E una parte del merito dovremo riconoscerla ad Adelphi.

Roberto Calasso (2013), L’impronta dell’editore, Adelphi, Milano, pp. 164
Roberto Calasso (2003), Cento lettere a uno sconosciuto, Adelphi, Milano, pp. 236


mercoledì 1 luglio 2015

"Il dottor Semmelweis" e "La persuasione e la rettorica"


Quello accademico è un percorso che tutti dovrebbero fare, qualsiasi strada vogliano intraprendere in futuro. Oltre alla certificazione di determinate specializzazioni, esso permette di aprire la mente ai problemi circostanti, rifuggendo semplificazioni, banalizzazioni ed astrazioni. Ma l’università, a ben vedere, non è per tutti: non è una questione di intelligenza ma di applicazione, metodo e serietà. E non tutti, ahimé, possiedono - o vogliono possedere - queste virtù. Alla fine di ogni corso universitario c’è il momento impegnativo e felice della compilazione d’una tesi su un argomento specifico, da svolgere su indicazione e sotto l’egida di un professore ordinario. Ma cos’ha in comune Adelphi con Louis-Ferdinand Céline (1894-1961) e Carlo Michelstaedter (1887-1910)? Molto, poiché tra il 1975 e il 1982 ha pubblicato le rispettive tesi di laurea dei due scrittori. Quella di Céline (1924), studente di medicina, era incentrata sulla figura di Ignác Semmelweis (1818-1865); quella di Michelstaedter (1910), studente di lettere, sui concetti di persuasione e retorica in Platone e Aristotele. Prima dell’apoteotico "Viaggio al termine della notte" (1932) e prima ancora dei pamphlet antisemiti, Céline si occupò di colui che, con una semplice ma geniale intuizione, rivoluzionò l’ostetricia, lasciandoci un ritratto impietoso di ciò che dovevano essere in un passato non troppo remoto i reparti ospedialieri tra le cui mura le donne gravide morivano come niente fosse, per stupide infezioni dovute alla scarsa igiene dei dottori. Semmelweis pensò giustamente di obbligare tutti gli ostetrici a disinfettare accuratamente le mani prima di ogni parto: inutile dire che da allora la mortalità infantile e quella delle puerpere si è drasticamente ridotta. Michelstaedter, a differenza di Céline, non discusse mai la sua tesi poiché, non appena terminatane la stesura, si sparò. Uomo inquieto, ha riversato in questo folgorante scritto tutta l’incapacità di superare la rettorica, quell’insormontabile cumulo di historia oltre il quale v’è, magnifica e inoppugnabile, la persuasione, ovvero la completezza, la vera libertà, il nirvana. "Il dottor Semmelweis" e "La persuasione e la rettorica" sono i rispettivi autoscatti di due falliti, antieroi del pensiero, fotografati nel periodo della giovinezza, quando le forze fisiche e intellettuali, nella maggior parte delle persone, stanno pian piano prendendo vigore. In loro due, queste forze erano già esplose, come una biglia che, dall’alto d'un piano inclinato, ha raggiunto il massimo dell’energia cinetica e non attende altro che terminare la sua folle corsa.

Louis-Ferdinand Céline (1975), Il dottor Semmelweis, trad. di O. Fatica & E. Czerkl, Adelphi, Milano, pp. 134
Carlo Michelstaedter (1982), La persuasione e la rettorica, a cura di S. Campailla, Adelphi, Milano, pp. 212


venerdì 26 giugno 2015

"Limonov" e "L'affare Kurilov"


Due personaggi, entrambi russi; il primo realmente esistito e vivente, il secondo di pura fantasia, però verosimile; uno nato in epoca sovietica tanto da averne conosciuto e pianto la fine, l’altro, rappresentante dello zarismo, vissuto a cavallo della rivoluzione d’Ottobre. Eduard Savenko (1943), conosciuto come Limonov, è poeta scrittore nazional-stalinista, uccello del sottobosco moscovita, fondatore dei tanto temuti nazbol, allevato nel mito della Battaglia di Stalingrado e quindi diventato un acerrimo nemico dei grigi governi sovietici, tanto da meritarsi la dicitura di «elemento antisociale, fermamente antisovietico», che lo costringerà all’esilio e, di conseguenza, lo porterà prima nella plastificata New York di Andy Warhol, nella pasciuta Parigi e tra le linee di guerra balcaniche (a fianco dei cetnici) e moldave (dalla parte dei transnistriani) per far poi ritorno in madrepatria come nemico giurato di Vladimir Putin. Il bohémien Ed Limonov, un perfetto Oscar Wilde novecentesco: la sua vita è stata una vera e propria montagna russa fatta di confuse ma allettanti illuminazioni politiche e un lucidissimo stile letterario e poetico, pagati al prezzo di lavori umilianti, esperienze sessuali d’ogni tipo (dallo stupro alla pederastia), fallimenti sentimentali da gettarsi fra le rotaie del treno, suicidi quasi riusciti, e poi bassifondi, galere, guerre civili, porte in faccia, porcherie da clochard. Emmanuel Carrère (1957) è genuinamente affascinato dalla figura del fascista Limonov e non fa nulla per nascondere la sua ammirazione verso quest’uomo dal passato e dal presente discutibili, in quella mistura ideologica di stalinismo, dandismo, nazionalismo, socialismo, cristianesimo ed esotismo. Un garibaldino dei giorni nostri. Di tutt’altro genere è invece la storia raccontata da Irène Némirovsky (1903-1942) ne “L’affare Kurilov” (1933): si parla qui dell’omicidio perpetrato dai rivoluzionari russi ai danni del ministro della Pubblica Istruzione Valerian Kurilov, detto Pescecane per via della sua ieraticità e per il frequente ricorso alle armi durante le manifestazioni dei bolscevichi della prima ora. In realtà il killer, che da infiltrato vivrà al fianco del ministro come medico personale, conoscerà un altro uomo, educato, innamorato della moglie - per lei getterà la carriera alle ortiche - nonché fedelissimo a Nicola II, nonostante questi nutra poca stima per la sua persona. Limonov e Kurilov: da una parte un guerrigliero sempre pronto all’azione pur di scardinare ogni struttura acquisita, dallo Stato alla società civile, dal sistema dell’editoria alle arti amorose; agli antipodi un leale ed onesto servitore della patria disposto a tutto pur di rispettare la parola data allo zar, e che vive il lavoro e la famiglia come autentiche missioni di ispirazione divina. Non possiamo non empatizzare con entrambi i personaggi che, nei differenti e grandiosi registri di Carrère e della Némirovsky, ci appaiono luminosi e ambivalenti, imperscrutabili, sbagliati ed irraggiungibili.

Emmanuel Carrère (2012), Limonov, trad. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano, pp. 356
Irène Némirovsky (2009), L’affare Kurilov, trad. di M. Di Leo, Adelphi, Milano, pp. 192


giovedì 25 giugno 2015

"Un posto piccolo"


Jamaica Kincaid (1949) è una scrittrice, e pure brava, con all’attivo quasi venti libri. Non solo. Jamaica Kincaid è nata a Saint John’s, capitale di Antigua e Barbuda, uno di quegli stati insulari delle Piccole Antille che piacciono tanto agli italiani per trascorrerci la luna di miele o per organizzare presunte importantissime convention di lavoro che finiscono perlopiù a puttane, nel senso letterale del termine - la certezza dell’irresponsabilità è forse il miglior afrodisiaco in circolazione. Anche questo è uno dei motivi per cui Jamaica Kincaid odia i turisti, ovviamente bianchi, ed io convengo con lei. Jamaica Kincaid dice che Antigua, che appare così bella, soleggiata e felice, è in realtà una terra arida e preda della siccità, governata da ladri, spacciatori, speculatori e trafficanti d’ogni risma, e non è difficile crederle poiché la corruzione è un male endemico di questo pianeta, tanto che, più ci si sposta a meridione, più il tumore sembra inasportabile. Non è razzismo dire che la corruzione è direttamente proporzionale alla scala cromatica della pelle. Dirò di più. Jamaica Kincaid, tra i bianchi, odia soprattutto gli europei, perché sono stati loro a scoprire, dominare e colonizzare la sua isola beata, facendone un porto di attracco, scambio e vendita di schiavi africani. Sulla mercificazione umana e sulla sua industrializzazione a livello atlantico siamo tutti d’accordo: solo gli stupidi potrebbero pensarla diversamente dal sentire comune, ovvero dal provare vergogna per ciò che è stato dal XVI al XIX secolo. Insomma, Jamaica Kincaid ha ragione un po’ su tutto nel risentito "Un posto piccolo" (1988), ma sembra proprio che abbia commesso un imperdonabile errore. Nelle pagine del suo libello non v’è una sola riga su ciò che Antigua fosse prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo. La Kincaid sembra credere nell’esistenza di un Eden caraibico improvvisamente sconvolto e massacrato dai rozzi e imbellettati uomini ricchi d’occidente: prima del 1493 Antigua è un paradiso, dopo quell’anno sarà un inferno. Ecco, questo è "Un posto piccolo", un libriccino interessantissimo che svuota di senso ogni luogo comune sulle mete esotiche e sul valore del turismo. Ma, al contempo, è un libro che punta il dito esclusivamente verso noi europei razza bianca dominatrice, ma nulla imputa al popolo nativo, se non quello di essersi lasciati soggiogare dai miti neoliberali e pseudodemocratici. La verità è che se non ci fosse stato Colombo, molto probabilmente non sarebbe mai nata una Jamaica Kincaid: questo è un dato di fatto che la nostra brava scrittice deve tenere a mente, anche se il pensiero le causa bruciori.

Jamaica Kincaid (2000), Un posto piccolo, trad. di F. Cavagnoli, Adelphi, Milano, pp. 83

martedì 23 giugno 2015

"Il Monte Analogo" e "Cristallo di rocca"


La montagna la può capire solo chi la vive: questa affermazione è vera a metà. La montagna, dal punto di vista alpinistico, certo, è di chi la scala o si appresta a farlo. È anche una quotidianità difficile, tra rocce aguzze e terra brulla, prati infertili e freddo glaciale, metri di neve e isolamento totale. Ma la montagna è soprattutto un’idea e quella possono comprenderla tutti. A qualsiasi cultura apparteniate, scoprirete che la montagna ha rappresentato sempre il medium tra la terra e il cielo, le cose che stanno in basso e quelle che stanno in alto, tra l’uomo e il dio, ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Essa è il simulacro stesso della trascendenza verticale. Così è anche ne "Il Monte Analogo" (1952), l’incompiuto romanzo surreale di René Daumal (1908-1944), nel quale una spedizione di otto sognatori parte alla volta del Pacifico sud-orientale per tentare la scalata al monte più alto del mondo, un monte non tracciato su alcuna mappa, vista la curvatura spaziotemporale creata dalla sua mole. Il romanzo finisce troppo presto e a noi non resta che immaginarne l’epilogo, stante quella «metafisica dell’alpinismo» che Daumal tratteggia con somma eleganza. Un altro libro sulla montagna, di tutt’altra fattura, è quello di Adalbert Stifter (1805-1868): "Cristallo di rocca" (1845) comincia come una novella per bambini e termina come una libro per adulti. Due fratellini che si perdono sulle cime ghiacciate alla vigilia di Natale: la montagna qui è un ente cristallino da temere a rispettare, e il racconto di Stifter è - a differenza del primo - teso all’immanenza più che alla metafisica. I bambini riusciranno da soli a trarsi d’impaccio e torneranno sani e salvi in paese, tra le braccia affettuose di genitori e nonni. Sogno, leggenda, viaggio, traversie, sono questi gli ingredienti d’ogni letteratura di montagna. Vi si cimentarono René Daumal e Adalbert Stifter, lontani un secolo per stile e cultura d’appartenenza, lasciando ai posteri due immagini opposte della montagna, una filosofica, mistica, l’altra pedagogica.

René Daumal (1968), Il Monte Analogo. Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, a cura di C. Rugafiori, Adelphi, Milano, pp. 182
Adalbert Stifter (1984), Cristallo di rocca, a cura di G. Bemporad, Adelphi, Milano, pp. 89


venerdì 19 giugno 2015

"La ballata di Peckham Rye"


Avete mai visto "Teorema" (1968) di Pier Paolo Pasolini? È un film splendido ed ermetico sulla comunicazione e sulla libertà e su come quest’ultima, allorché è pura, sia in grado di distruggere l’uomo, una distruzione che fa volentieri a meno di qualsiasi giudizio di valore. Ne "La ballata di Peckham Rye" (1960) della complicata Muriel Spark (1918-2006) troviamo un protagonista simile all’ospite pasoliniano che sconvolge la vita della famiglia di industriali milanese in "Teorema". Dougal è infatti un uomo-diavolo arrivato nel quartiere londinese di Peckham Rye con l’intenzione di trovarsi un onesto lavoro e, chissà, metter su famiglia; questo sembra in un primo momento. La sua specializzazione sono le imprecisate scienze umane, grazie alle quali riesce a farsi assumere da ben due fabbriche con lo scopo precipuo di abbattere l’assenteismo del personale e di migliorare i rapporti intraaziendali, poi si fa commissionare la redazione di una biografia e, per ultimo, innamora datori di lavoro e ragazze, procurandosi simpatie totalizzanti e antipatie altrettanto universali. Dougal è una spia, un investigatore, un millantatore o un vero demone? La storia, che pare muoversi sulle tenui risacche della ballata, viaggia in realtà su binari ipertestuali: il lettore non può far altro che seguire l’evoluzione degli eventi, sballottato qui e là dagli scossoni della Spark. Fatto sta che dove passa Dougal l’esistenza degli altri personaggi ne esce sconvolta: pianti, colpi apoplettici, risse, scappatelle, tradimenti, rifiuti sull’altare. Proprio come l’ospite pasoliniano - emanazione dell’Adorabile di Arthur Rimbaud (1854-1891) - che, dopo la sua partenza dalla villa, lascerà la famiglia in uno stato di completa entropia: dall’allontanamento del figlio al blocco catatonico di sua sorella, dall’abbandono della fabbrica da parte del padre ai facili costumi della moglie, fino alla levitazione mistica della serva. Una vita difficile quella di Muriel Spark, che l’ha resa, nolens volens, una donna altrettanto difficile, strapiena di difetti fatali.

Muriel Spark (1996), La ballata di Peckham Rye, trad. di M. Crepax & M.G. Bellone, Adelphi, Milano, pp. 155

mercoledì 17 giugno 2015

"Una biblioteca della letteratura universale" e "Per una enciclopedia di autori classici"


Moltissimi amanti della lettura, negli attacchi di nostalgia, ripetono l’antico adagio secondo cui librerie e biblioteche hanno ormai vita breve. Colpa dell’ebook, della televisione, di internet, della politica, della scuola ecc. Non c’è più rispetto, dicono, per il libro, per la pagina scritta, per la cultura in generale, assumendo quindi che la cultura sia perlopiù quella stampata su carta. Alla lagna questi provetti bibliofili accompagnano spesso un vezzo, quello di poter contare su un libraio di fiducia che li consiglia, li indirizza e li coccola. Sorvolerò sugli improperi che affermazioni del genere scatenano in me e dirò invece che il mio libraio di fiducia è rappresentato non da un venditore di carta stampata bensì da un editore inimitabile - Adelphi in questo caso - e dagli scrittori stessi, che di libri devono averne letti parecchi e i cui suggerimenti appaiono subito più equilibrati e calibrati rispetto a quelli d’un libraio qualunque. È il caso di Hermann Hesse (1877-1962) - non a caso il mio scrittore prediletto - e Giorgio Colli (1917-1979), insigne filologo torinese. Dicevamo dunque dei consigli. Quelli, spassionati, di Hesse li trovate in "Una biblioteca della letteratura universale"; quelli di Colli, metodici, in "Per una enciclopedia di autori classici". Nei saggi del primo si parla a briglia sciolta della formazione del gusto personale, e quali autori di quali epoche è necessario, se non obbligatorio, leggere. La collezione non è così sconfinata come ci si potrebbe immaginare in un primo momento. Hesse sostiene che l’Italia abbia prodotto le cose migliori tra il XIV e il XV secolo, la Francia nel XVIII, la Germania a cavallo col XIX; e poi i testi sacri delle religioni monoteiste e le Upaniṣad, alcuni greci e latini sempiterni, il "Don Chisciotte della Mancia" (1605), i grandiosi e psicologici russi e gli inglesi di tutti i tempi, senza tralasciare le ventate d’aria nuova provenienti da Oltreoceano. Nelle prefazioni di Colli si tratta invece di capire quali autori eminentemente classici è necessario tenere in gran conto – dove per classico si intenda l’assenza di contemporaneità. Ippocrate, Stendhal, Arthur Schopenhauer, Niccolò Machiavelli, Miguel de Cervantes, David Hume, Hippolyte Taine, Leibniz, Friedrich Nietzsche, Francesco Redi e tanti altri, classici della letteratura, della religione, del pensiero scientifico vengono presentati dal Colli nel suo tipico registro tra accademia e filosofia, bon ton e romanzeria.

Hermann Hesse (1979), Una biblioteca della letteratura universale, trad. di E. Castellani & I.A. Chiusano, Adelphi, Milano, pp. 130
Giorgio Colli (1983), Per una enciclopedia di autori classici, Adelphi, Milano, pp. 166


lunedì 15 giugno 2015

"Il libretto della vita dopo la morte"


Avere coscienza della propria fine: ho sempre pensato che fosse questa la più grande e spaventosa caratteristica dell’essere umano. Una peculiarità che - dico io - rende possibile l’esistenza di una fase ulteriore oltre la morte, una tappa di energia, che però non posso e non voglio teorizzare. Il momento del trapasso, unico e irripetibile, diverso per ognuno eppure sempre uguale, è il mio pensiero principe e si presenta con intermittenza nella fase che precede il sonno. Può durare cinque minuti come può durare due ore: il terrore che dal collo fascia rapidamente la testa. Penso a coloro che mi hanno lasciato qui, morto, o a coloro che presto nasceranno. Mi rivedo sul letto quando sarà la mia ora e immagino le parole da dire in quel momento. Mi contorco e capisco che non è questo a terrorizzarmi bensì la paura dell’attesa di svegliarmi sapendo che sarà tutto confortevole, come oggi, e sarà tutto diverso, come domani. Il sublime Gustav Theodor Fechner (1801-1887) pubblicò nel 1836 "Il libretto della vita dopo la morte" nel quale lo psicofisico tedesco forniva la propria visione dell’aldilà. Per lui le connessioni tra il mondo sensibile e quello fantasmico sono reali e, a riprova di ciò, riporta le frequenti relazioni tra i viventi e i defunti. Nonostante ciò l’adorabile e fantasioso libretto di Fechner sazia il nostro appetito ma non consola i nostri timori. La morte resta lì, cancello d’un giardino su un’isola lontana, oltre il quale non si vede niente, nemmeno foschia, che pure sarebbe tonificante. Vista da qui la morte è solo un’idea, che si farà concreta quando ci appresteremo, un giorno, a oltrepassare quell’inferriata. Cosa troveremo? Saremo ancora noi? E, soprattutto, saremo? Ecco, a volte piango, quando dimentico di essere un frutto e non un albero; come le foglie che, grazie a Dio, non creano teoremi laici, si ammettono in quanto foglie e non negano il bosco. La cosa buona è che alla fine mi addormento.

Gustav Theodor Fechner (2014), Il libretto della vita dopo la morte, trad. di E. Sola, Adelphi, Milano, pp. 106


giovedì 11 giugno 2015

"Una sola moltitudine" e "Lettere alla fidanzata"


«Omnia trina perfecta sunt» dicono i latinisti di fede cattolica. Qui invece la perfezione non si limita alla triade bensì a una moltitudine (in)definita, i cui individui, se sommati, fanno uno: "Una sola moltitudine" è difatti l’autore stesso, proprio lui, il Fernando Pessoa (1888-1935) pessimista, tediato, futurista, romantico, autolesionista, innamorato, nichilista, traduttore, misantropo, medianico, eteronimico, commerciante, nazionalista, viaggiatore, amante delle infinite cose come delle sottigliezze, che non sa stare al mondo ma che, se costretto, è luce del mattino nella folla anonima lisbonese. Pessoa è tante persone in una: da bimbo fu Chevalier de Pas, poi Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro, Bernardo Soares ed altri, vegeti o defunti; ognuno con una propria personalità, pensieri, carattere e indole autonomi. Questo primo volume, costituito da poesie, pagine di diario, missive e appunti sparsi del grande poeta portoghese, è curato dal massimo esperto italiano di estetica pessoiana Antonio Tabucchi (1943-2012), che qui coglie il Pessoa intimo e impubblicabile, non smussato delle asprezze sintattiche e ideologiche che giocoforza spariscono alla vigilia di una stampa editoriale. Troviamo la lettera inviata nel 1917 a Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) in cui, lodando il futurismo, se ne distacca per inseguire la Vertigine; gli scambi epistolari con l’amata bebè Ophelia Queiroz (1900-1991), completi e splendidi nelle "Lettere alla fidanzata"; troviamo il grande amore per il Portogallo dei Braganza, sconvolto nel 1910 dalla Repubblica, e per Lisbona in particolare; scopriamo tutto il suo sterco metafisico nelle locuzioni filosofiche, nell’amore per la parola pura, nell’otium trascorso a scrutare la gente comune, uomini grandi e piccoli, attori sulla scena della vita quotidiana del poeta. I molteplici Pessoa contenuti in "Una sola moltitudine" mi hanno ispirato una poesia - chi l’avrebbe mai detto? - che pressappoco fa così: «Discopro il sacro velo della conoscenza / Il miglioramento resta nell’aria a guardare / Questa ariosa altalena sulla preesistenza / Turpe girotondo di alveari e rumori / Se aggiungo qualcosa sottraggo all’assenza / Lo spirito lieve della montagna che aspetta / Trovo commensurate boria e competenza / Freddo vento glaciale che la mia lei non accetta / Dunque sono sparito nel candore del mondo / Prima svergognato, ora amato in più fretta / Lo ripeto da secoli, abbiamo toccato il fondo / Dell’oceano e del fango: nessuno che mi dia retta / Guardo adesso le storie intrecciate in ricamo / Di chi aveva già tutto e ha voluto partire / Sono stato già santo eppur non mi amo / Cerco adesso il vicario che mi lasci morire». È impossibile, dunque, non trovare qualche punto di contatto, fosse anche empatico, o di vera e propria comunanza con questo artista della parola: Fernando Pessoa uno, trino e per sempre vivente.

Fernando Pessoa (1979), Una sola moltitudine. Volume primo, a cura di A. Tabucchi, trad. di A. Tabucchi, M.J. de Lancastre & R. Desti, Adelphi, Milano, pp. 445
Fernando Pessoa (1988), Lettere alla fidanzata, a cura di A. Tabucchi, Adelphi, Milano, pp. 124




martedì 9 giugno 2015

"Visita a Rousseau e a Voltaire"


Ogni giornalista che si cimenti nel confronto diretto con un interlocutore illustre ha dinanzi a sé due alternative: la malizia e la ruffianeria. La prima porta l’intervistatore ad essere curioso, ai limiti della morbosità, più spesso duro e intransigente, facendo diventare l’intervista una sorta di interrogatorio; la ruffianeria è invece l’atteggiamento tipico di colui che si prostra dinanzi alla controparte, risultando oltremodo accomodante, servile, fatalmente gentile e benevolo, tanto da non poter mai aspirare alla condizione di cronista d’assalto. Tra Frost e Fazio vi sono ovviamente molteplici gradazioni di grigio. Ma poi ci imbattiamo in un giornalista ante litteram come James Boswell (1740-1795), una specie di falso nobile che, frequentando le migliori menti della sua epoca, spera di addivenire anch’egli ad una qualche illuminazione. Tra il 1763 e il 1765 si reca in Svizzera con l’intento di incontrare Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e Voltaire (1694-1778) ed effettivamente ci riesce. È tanta la ruffianeria di Boswell che nulla gli è precluso, anche se ben presto verrà accerchiato da battute irriverenti, quasi deriso per via della sua scarsa antichità; va detto che per esser nobili non basta il blasone, ma di certo non è colpa del povero scozzese se porta un nome barbaro come tanti altri. Fatto sta che i due grandi illuministi (il primo un po’ meno), per natura un po’ altezzosi, mostrano un certo ghigno snob - vanità più che vanitas. Gli incontri a due di James Boswell rappresentano comunque una interessante intrusione nelle vite e nei pensieri privati di questi due immensi intellettuali: mitezza e santità racchiuse in un sol volto. Alla fine ce lo immaginiamo Boswell a riflettere sulla propria condizione: a star con i migliori ha guadagnato little or nothing!

James Boswell (1973), Visita a Rousseau e a Voltaire, a cura di B. Fonzi, Adelphi, Milano, pp. 122


lunedì 8 giugno 2015

"Il Demiurgo" e "Gli stati molteplici dell'essere"


La figura mitologica del Demiurgo fu introdotta nel pensiero occidentale da Platone, fondamentalmente per risolvere una questione ontologica: chi dà forma al mondo? Nei saggi di René Guénon (1886-1951) compresi nell’arco temporale che va dal 1909 al 1950, tutti molto omogenei e coerenti, l’esoterista francese rimette la figura divina dell’artigiano al suo posto, ovvero come mediazione tra il genere umano, l’Adam Kadmon, e le sfere celesti, l’Iperuranio, Dio. Ma nella gnostica ricerca della verità integrale – una e una sola, indivisibile, monoteista – si imbatte anche nel mormonismo e nella reincarnazione, entrambi sagacemente condannati dal nostro con l'accusa di spiritismo o, peggio, psichismo. Sul consueto percorso intellettuale di Guénon si intrecciano dunque le vie spirituali di tutte le religioni del mondo, e di nuovo torna preponderante il concetto di spirito - già espresso con magniloquenza nel capolavoro de "Il Re del Mondo" (Adelphi, 1977) - cui Guénon affianca il πνεύμα (pneuma) greco e lo yogi indù. Ma in questa preziosa raccolta vi sono anche affascinanti teorie numerologiche e cosmogoniche, nonché un’aperta critica alla società contemporanea, accusata di esser diventata il regno della scienza profana, che ha rinnegato le dottrine tradizionali in favore di un involgarimento delle conoscenze scientifiche, ha appiattito la cultura per inseguire il modello dell’istruzione pubblica a scapito dell’insegnamento elitario, una società che insomma ha sacrificato la qualità sull’altare della quantità. Come dargli torto? Ciononostante i saggi contenuti ne "Il Demiurgo", e maggiormente "Gli stati molteplici dell'essere" (1932), sono stati aspramente criticati nel corso dei decenni; i detrattori di René Guénon lo hanno accusato di aver fornito prove scientifiche troppo evanescenti per sorreggere le sue teorie, oppure di aver inseguito un modello religioso acefalo che non includesse l’elemento rivoluzionario rappresentato dall’avvento del Cristo, od ancora di aver proposto soluzioni errate per le pratiche di iniziazione, infine di apostasia per aver rinnegato il cattolicesimo in favore del sufismo. Recepita o biasimata, l’opera chiarificatrice di Guénon è comunque importantissima perché rappresenta un ponte tra le diverse anime della spiritualità terrestre, un ponte che, ieri come oggi, si pone come mezzo di comprensione dell’altro e di pacifica convivenza tra tutte le popolazioni.

René Guénon (2007), Il Demiurgo e altri saggi, trad. di G. Cillario, Adelphi, Milano, pp. 313
René Guénon (1996), Gli stati molteplici dell'essere, trad. di L. Pellizzi, Adelphi, Milano, pp. 148


mercoledì 3 giugno 2015

"Il respiro"


"La guerra è cominciata": questo potrebbe essere il giusto sottotitolo di questo libro di Thomas Bernhard (1931-1989) datato 1978. "Il respiro" è infatti il racconto in prima persona della lunga degenza del diciottenne Bernhard in un ospedale salisburghese per curare una gravissima forma di pleurite. In un apposito reparto di quel nosocomio, presto ribattezzato trapassatoio, vista l’alta percentuale di morti, il protagonista si farà testimone di vita, testardo e fiero nei momenti di miglioria, supino e frustrato in quelli più bui (collassi, toracocentesi, svenimenti). E in questa tundra quotidiana Bernhard avrà modo di ascoltare - più che vedere - il cappellano che impartisce le estreme unzioni come fossero merendine, le suore indaffarate ma indifferenti al dolore che ivi regna, i malati che arrivano in condizioni pessime per poi andarsene in bare di zinco, insomma tutta un’umanità che all’interno di un ospedale è appiattita ed equalizzata verso un solo idealtipo: il misero. Osti, fattorini, generali, preti, medici, studenti, vecchi e giovani, tutti accomunati dal rapporto con la malattia, propria o degli altri, in una terribile lotteria in cui non vince nessuno: i più fortunati muoiono senza dolore, gli altri agonizzano o sopravvivono severamente debilitati. Per buona parte del percorso verso la guarigione, l’autore avrà al suo fianco l’amato nonno, anch’egli ricoverato lì, e poi ritroverà l’affetto e l’intimità della madre, della cui assenza aveva grandemente sofferto fino ad allora. Ma quando le sue condizioni di salute miglioreranno sensibilmente il nostro verrà trasferito in un convalescenziario di montagna al confine bavarese. Presto scoprirà che quella struttura non è un’amena residenza per persone con problemi respiratori (come recita la dicitura) ma un lazzaretto per malati terminali di tubercolosi. L’infamità dei medici che lo spedirono in quel posto disgraziato causerà un ulteriore passaggio di Bernhard verso la malattia, stavolta più grave e debilitante della prima. Tra lutti e perdite, Thomas Bernhard non perderà la forza di (soprav)vivere, il soffio, quel respiro vitale di cui l’esistenza non è che mera emanazione.

Thomas Bernhard (1989), Il respiro. Una decisione, trad. di A. Ruchat, Adelphi, Milano, pp. 125


venerdì 29 maggio 2015

"Sulle teorie di Mach"


Prendete una donna. È come se a tratti gnoseologici delineaste il suo viso e per rifrazione si scaldasse il vostro corpo; contemporaneamente vi raffreddaste un poco in un eccesso di turbine solare. Nessuno capisce davvero le leggi di natura. Ernst Mach (1838-1916) le espose solitario e inascoltato in un tempo illuminato: due corpi avvicinati si mutano a vicenda. Perdere e guadagnare: la medesima funzione. Adesso chiudete gli occhi: non vedete quella gente? Ad occhi aperti potremmo chiamarli biciclette. Le cose sono tali solo quando non son cose, le sensazioni creano mondi sconosciuti. Questa non è che la tesi di dottorato che Robert Musil (1880-1942) discusse nel 1908 all’Università di Berlino sulle condizioni sotto le quali si può avere una conoscenza scientifica. Realtà, utilità, neuroscienza ed epistemologia ammantano dunque quest’opera - di per sé poco comprensibile al lettore medio - che tratta temi di un autore poco apprezzato, screditato, disconosciuto soprattutto dagli ambienti della sinistra di stampo materialistico. "Sulle teorie di Mach", terzo capitolo dell’allora neonata Piccola Biblioteca di Adelphi, si incuneò senza troppe speranze proprio nel solco di questa critica, rovesciandola, dimostrando al grande pubblico che non v’è certezza alcuna, soprattutto in campo scientifico, se non attraverso l’esperienza - o meglio attraverso alcune forme di empirismo, tanto caro ai marxisti -, un'esperienza che abbracci l’elemento psichico, elemento che Lenin (1870-1924) non considerava complementare a quello fisico. La lucentezza dell'empiriocriticista Mach, nella critica di Musil, persiste intatta, in una sorta di devozione del secondo nei confronti del primo, una devozione nemmeno paragonabile a quella dei leninisti, che è del tutto assente.

Robert Musil (1973), Sulle teorie di Mach, trad. di M. Montinari, Adelphi, Milano, pp. 127


mercoledì 27 maggio 2015

"Uomini e macchine intelligenti"


Da oltre un secolo l’uomo immagina e progetta macchine in grado di aiutarlo e, magari, sostituirlo nei compiti più gravosi. Il bel libro di Jeremy Bernstein (1929) pubblicato nel 1990 da Adelphi raccoglie due saggi esplicativi - "Experiencing science" (1978) e "Science observed. Essays out of my mind" (1982) - in cui il fisico teorico di Rochester racconta i suoi incontri con le maggiori menti del Novecento in materia di matematica, fisica, logica ed informatica. Il fine è quello di giungere ad una retrospettiva su IA, l’intelligenza artificiale, concetto incantevole ed avvincente, fondamentale per la progettazione di macchine pensanti, addirittura autoreplicantesi. Il nume tutelare più ricorrente è Marvin Minsky (1927) col suo Perceptron, eppure a colpire l’immaginazione di un profano come me, uscito dal liceo scientifico con un anonimo 6 in matematica, non è tanto l’invenzione di nuovi linguaggi di programmazione o il disvelamento delle potenzialità dei transistori, bensì le irrazionalità insite nel cosiddetto gioco di Turing e nell’altrettanto famoso teorema di Gödel. Il primo consiste nella prova offerta dal britannico Alan Turing (1912-1954) nel suo articolo "Computing machinery and intelligence" (1950) da cui derivava che qualora non si riuscisse a distinguere, in base a una differenza nella loro natura, le risposte di un uomo da quelle della macchina, bisognerà concludere che la macchina sia in grado di pensare. «Pensare» scrisse Turing «è una funzione dell’anima immortale dell’uomo. Dio ha dato un’anima immortale a tutti gli uomini e a tutte le donne, ma non agli altri animali o alle macchine. Perciò né gli animali né le macchine sono in grado di pensare». La macchina ribatté: «Se l’uomo fosse una macchina, allora anche Dio sarebbe una macchina». Allorquando le fu chiesto se pensava di avere un’anima, essa rispose: «Mi piacerebbe saperlo». Anche se l’elaboratore ha risposto in base a freddi calcoli logici, di cui ignoriamo il funzionamento, è meraviglioso notare quanto abissali siano queste risposte, indifferentemente se a interpretarle sia un matematico o un teologo. Se provate ad effettuare il medesimo test su Cleverbot vedrete che le risposte saranno indicibilmente più deludenti. Del resto, per quanto riguarda la figura di Kurt Gödel (1906-1978), Bernstein illustra, con un artifizio da romanziere navigato, il supremo teorema del matematico austriaco per il quale «non esiste alcuna dimostrazione del fatto che la matematica abbia una coerenza assoluta e nessuna dimostrazione potrà mai esserne data». I concetti di indicibilità e incompletezza introdotti da Gödel nel 1931 schiudono impensabili orizzonti nel campo dei sistemi, che già David Hilbert (1862-1943), in una lettera a Gottlob Frege (1848-1925), aveva in parte aperto: «Se io, come miei punti, penso quali si vogliano sistemi di cose, per esempio il sistema amore, legge, spazzacamino, e poi non faccio altro che assumere tutti i miei assiomi come relazioni tra tali cose, allora le mie proposizioni, per esempio il teorema di Pitagora, valgono anche per queste cose. Il retaggio di un universo dotato di senso […] viene sconvolto da siffatta matematica, la quale può asserire qualsiasi cosa e questo universo in quanto qualsiasi». Concludo con un passo proveniente da "La morte del sole" (Adelphi, 1982) di Manlio Sgalambro (1924-2014): «È la matematica il linguaggio odierno, non le grida scomposte. Essa è il coro dei sopravvissuti. Il latino con cui l’uomo d’oggi celebra la liturgia dell’estinzione senza capirci granché. I numeri non si possono amare».

Jeremy Bernstein (1990), Uomini e macchine intelligenti, trad. di G. Longo, Adelphi, Milano, pp. 239


mercoledì 20 maggio 2015

"Umano, troppo umano" e "Così parlò Zarathustra"


«Cresce il deserto: guai a colui che nasconde deserti!». Dunque: che non presenta segno di vita e di attività umana. E come si fa a desertificarsi? Chi può essere considerato un deserto? In definitiva, cosa significa deserto e che valore ha? La maggior parte delle persone non comprende, perché non riesce a penetrare l’apparenza delle cose e delle parole. Questi individui sono essi stessi deserti, perché non hanno innaffiato la propria vita, l’hanno lasciata essiccare al sole cocente della modernità, della borghesia e del nulla intellettuale. Hanno aderito al patto implicito tra la mondanità e la propria individualità: non hanno saputo trovar altra soluzione se non quella di accettare il contratto, chinando la testa allo stato, alla famiglia, all’amore, a Dio, alla morte, a se stessi e agli altri. Dialogare con essi equivale a non parlare: non ci si può attendere alcun tipo di pensiero autonomo, in loro ogni cosa è artefatta, stereotipata, mutuata di poco dal sentire comune. E allora catalogano i sentimenti e le persone, credono di vivere allineati a idee e ideali, inesistenti per definizione. Queste persone sono sempre alla moda, nel senso che tentano di adeguarsi variabilmente nel tempo ai modi di vivere. Ma non hanno altro tempo se non quello che è stato concesso loro. Poi vi sono alcune persone che capiscono le cose e le parole, ma non riescono ad analizzarle perché il più delle volte difettano della cultura necessaria ad imbrigliare tale comprensione. Questi sono deserti inconsapevoli: spesso finiscono ai margini della società e non riescono a penetrarne il senso estremo. Più spesso diventano artisti. Agognano, in cuor loro, di uscire il prima possibile dalla vita, di smetterla di chinare il capo, di accettare la comune vivibilità; purtroppo non riescono a trovare risposte soddisfacenti al perché e al come, tanto da incamminarsi su strade che la civiltà stessa reputa deprecabili, estreme, criminali, fatiscenti. La società civile sa che quei sentieri portano al suo disfacimento e dunque risponde bandendoli; essa preferisce l’accettazione supina delle regole, l’abbassamento della coscienza umana alla più totale fedeltà. Ma una parte di questi individui si dedica all’arte, sperando che essa possa guarire il male che li affligge e, anche se nel lungo periodo la cura non sortisce gli effetti sperati, è questa élite a regalarci le cose migliori dell’umanità. Infine v’è la sparuta minoranza di coloro che comprendono le cose e le parole così a fondo da desertificarsi consapevolmente. Questi sono i più puri, quelli che hanno inteso quale fregatura vi sia dietro l’esistenza umana. A forza di scavare nel fondo delle cose hanno raggiunto l’argilla, sono arrivati all’infertile - al deserto, appunto. In essi non c’è più traccia di emozione alcuna, non c’è passione od ambizione, non hanno rispetto o amore, semplicemente hanno cancellato qualsiasi concetto dalla propria coscienza. Sono liberi. I più temerari di essi individuano in questa nuova ed assoluta libertà una nuova religione, dunque nuove catene, nuovi riti e liturgie, preghiere e confessioni, insomma un nuovo dio cui sottostare. La ricerca del senso non ha mai fine: giunti all’apice della verità scoprono che ce n’è sempre un’altra, più alta e accecante, perniciosa quanto doverosa. Sanno che questa ricerca non avrà mai fine e la maggior parte di questi esseri impazzisce per troppa verità. «Ma nel deserto più solitario accade la seconda metamorfosi: lo spirito divien leone che vuol conquistar la libertà ed esser signore nella sua solitudine». L'evangelo e la bibbia nietzschiane - "Umano, troppo umano" (1878) e "Così parlò Zarathustra" (1883) - rappresentano il tentativo di redimere questo deserto, proprio perché siamo tutti deserti, qualunque sia la nostra capacità di intendere il mondo. Sia che lo accettiamo nella sua banale rotondità, sia che lo addestriamo diventando superuomini, esso vincerà comunque, rivelandoci puntualmente la nostra inadeguatezza di fronte allo specchio. Non serve dunque lottare, men che meno comprendere, e non è poi così necessario vincere. Ad esser sinceri, non vale la pena vivere.

Friedrich Nietzsche (1979), Umano, troppo umano. Volume primo, trad. di S. Giametta, Adelphi, Milano, pp. 329
Friedrich Nietzsche (1976), Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, trad. di M. Montinari, Adelphi, Milano, pp. 425




lunedì 18 maggio 2015

"Il grano in erba"


«Quant'è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c'è certezza» cantava Lorenzo il Magnifico ne "Il trionfo di Bacco e Arianna" (1490). La fine improvvisa dell'adolescenza e il conseguente traumatico passaggio all'età adulta, sono temi che hanno attirato l'attenzione di frotte di autori, il più significativo dei quali mi è sempre parso Alberto Moravia (1907-1990) col suo "Agostino" (1944), dove il protagonista diventava uomo in seguito alle avventure amorose della madre. Vent'anni prima del romanzo di Moravia apparve a puntate, sul quotidiano Le Matin, un racconto della disinibita Colette (1873-1954), la cui pubblicazione fu presto interrotta perché avrebbe provocato sdegno e scandalo presso l'opinione pubblica francofona. Vi si narra la storia di due ragazzi, Vinca e Philippe, amici da sempre, che trascorrono le vacanze estive assieme alle rispettive famiglie sulla costa bretone. Quella che agli occhi dei genitori è un'amicizia fraterna, per i nostri due giovani protagonisti è una fattispecie dell'amore, serissima e concreta, pura e razionale. L'elemento di disturbo, che scaraventerà Phil nella maggiore età, è invece rappresentato dalla signora Dalleray, maestra di seduzione e artigianato sessuale. Ma nella relazione puberale/adolescenziale dei due ragazzi è già instillato tanto il germe della gelosia quanto quello della complicità, del contrasto e della competitività, nonché della fedeltà assoluta. La relazione con la donna matura porterà Vinca e Philippe a prendere maggior coscienza del proprio amore, certi ora di poter cominciare davvero una vita insieme. Ne "Il grano in erba" (1923) Colette si sottrae alla vista del lettore, lasciando tutto lo spazio narrativo nelle mani dei due giovani amanti, per i quali gli adulti non sono che ombre, torve e tutte uguali. Implicitamente l'autrice si autoinclude proprio in questo universo di ombre, quasi fosse un penoso interferitore, lasciando soltanto trasparire la malinconia per la fine della sua adolescenza, l'età più bella, quella che non torna indietro, e dopo la quale vivere diventa irrimediabilmente un vuoto a perdere.

Colette (1991), Il grano in erba, trad. di G. Luzzani, Adelphi, Milano, pp. 148


lunedì 11 maggio 2015

"Simposio"


Nel "Simposio", scritto da Platone nel IV secolo a.C., il sapiente Aristofane afferma che nell’età primitiva i generi dell’umanità erano tre: il maschio, la femmina e l’androgino. Egli immaginava gli esseri umani come figure circolari dotate di quaranta dita, quattro braccia, quattro gambe, due volti, due genitali: praticamente ognuno di questi cerchi umanoidi era composto da due esseri umani complementari. Ma essendo Zeus impaurito da tanta perfezione, decise di tagliarli in due parti uguali, così da renderli più deboli, impedendo loro di attentare in futuro al potere degli dei. Ecco perché - prosegue Aristofane - ciascuna metà, bramando la metà perduta che le era propria, cerca infine di raggiungerla. Le donne formate dalla sezione di una donna non si curano dell’attenzione maschile ma si rivolgono verso altre donne, dando vita alle tribadi (le odierne lesbiche). Tutti quelli formati dalla sezione di un maschio inseguono invece i maschi, senza prestare attenzione ai richiami femminili, dando vita a quelli che oggi chiamiamo gay, e che un tempo invece venivano reputati uomini amanti del bello, perfetti per l’arte politica. Infine, tra gli uomini, tutti quelli che sono una parte tagliata dal genere congiunto, l’androgino, si rivolgono con desiderio all’altro sesso, la donna. Le prime due unioni sono fini a se stesse, ovvero alla sazietà della congiunzione amorosa, tanto che Aristofane afferma a chiare lettere che «non si interessano del matrimonio e della procreazione dei figli, per loro natura, ma vi sono costretti dalla legge; a loro basta, piuttosto, passare la vita assieme, senza nozze». La terza unione è invece quella che genera e produce stirpe ed è chiaro che quella che oggi viene stupidamente definita eterosessualità andrebbe ricercata all’interno di questo terzo genere, l’androgino, che ha dato vita, durante l’era cristiana, all’istituto del matrimonio moderno. Sono oramai diversi anni che in Italia si dibatte sull’opportunità di istituire una sorta di matrimonio omosessuale, con la possibilità per le coppie gay di adottare, condividere e crescere figli. Non è mio interesse dare un giudizio di valore su questo tema, in quanto sono dell’idea che un istituto è valido fin tanto che la società lo ritiene utile, senza che lo stato, ammantandosi di intenti etici, interferisca nella vita privata dei suoi cittadini. Ciò che invece rimprovero agli omosessuali sta proprio nel loro desiderio di normalizzazione. Essi hanno la fortuna di poter vivere al di fuori della cosiddetta società civile, quella organizzata secondo schemi tradizionali e storici di dubbia provenienza, eppure oggi reclamano l’investitura burocratica della propria natura, sminuendone così la preziosa unicità. In altre parole, l’omosessuale sembra oggi stanco della propria alterità, quella diversità che gli permette di definirsi tale. La sua unica ed incrollabile ambizione è rappresentata dall’omologazione al sistema dominante, anche se questo implica il sostanziale rinnegamento di sé. Attraverso l’unione gay, l’omosessuale sconfessa se stesso, rinforzando l’istituto che da sempre è il caposaldo della società maggioritaria in cui vive: il matrimonio. Suvvia, il nostro è chiaramente un discorso di bassa filosofia, che non aspira certo a risolvere la questione, né tantomeno a giudicarla. Ma siamo altresì convinti che Aristofane e Platone siano voci importanti da tenere in gran conto per la costruzione di una valida idea sulla questione omosessuale.

Platone (1979), Simposio, a cura di G. Colli, Adelphi, Milano, pp. 108