lunedì 2 marzo 2015

"Vite immaginarie"


Grande mistificatore, sognatore, abile falsario, inventore di genio, manipolatore nonché amante della bibliografia più illustre: Marcel Schwob (1867-1905), misconosciuto autore adelphiano, è uno di quei rari casi letterari in cui il genere agiografico sposa l’elemento irrazionale, tanto caro alla casa editrice milanese, che nell’ultimo mezzo secolo ne ha fatto un baluardo in termini di forma. Le "Vite immaginarie" (1896) di Schwob, di primo acchito, ricordano le "Vite parallele" di Plutarco, ma in realtà sono tutta un’altra cosa. Lo scrittore francese tratteggia tanto le esistenze di grandi personaggi dell’antichità (Empedocle, Petronio, Lucrezio, Clodia ecc.) e della prima modernità (Cecco Angiolieri, Paolo Uccello, Nicolas Loyseleur, Pocahontas ecc.) come quelle di anonime figure fuori dal tempo e dallo spazio, in un’esegesi laica che annette ad ogni vita raccontata capacità straordinarie, rituali, taumaturgiche. Per ogni personaggio si pone un dilemma riguardante la bontà della sua opera: in altre parole, le gesta degli uomini vanno giudicate per quel che realmente producono o contestualizzandole nella combinazione di virtù e peccati cui giocoforza sottostanno? Il dilemma sembra risolversi solo attraverso il teorema adiabatico. C’è poi un’altra assonanza che salta all’orecchio dopo aver letto le "Vite immaginarie" ed è quella con la "Visita a Rousseau e a Voltaire" (Adelphi 1973) di James Boswell (1740-1795), allorquando questi dimostra inconsapevolmente che la frequentazione dei migliori non implica direttamente un miglioramento della propria persona e che, anzi, può rivelarsi un’attività vanesia, illusoria e piuttosto onanistica. Marcel Schwob evita questo parossismo non raccontando le vite, bensì inventandole di sana pianta, accogliendo nelle sue descrizioni soltanto quei frammenti veritieri e luminosi che ab absurdo sostengono l’agiografia. Alla fine del libro troviamo la biografia dello stesso Schwob, ad opera della curatrice Fleur Jaeggy (1940), smagliante talento svizzero della parola poetata, che dimostra come l’infondatezza dell’operazione schwobiana, effettuata tra il XIX e il XX secolo, sia un iridescente caso di mitologia, genere letterario scomparso dal sostrato europeo parecchi secoli or sono.

Marcel Schwob (1972), Vite immaginarie, a cura di F. Jaeggy, Adelphi, Milano, pp. 210

mercoledì 25 febbraio 2015

"Ecce Homo"


Cos’è l’antisemitismo? Quando ha cominciato a serpeggiare in Europa? Ha delle ragioni legittime di esistere? Quali danni ha provocato? Tutte queste domande, che oggi possono apparire anacronistiche o provocatorie, nascondono un periglioso dilemma intellettuale che mai è stato risolto definitivamente dalla cultura continentale. Cominciamo col dire che l’antisemitismo è una deriva ideologica, uno scadimento culturale nel quale la nostra Europa cadde, per mano dei tedeschi, oltre due secoli or sono. Il pensiero di Friedrich Nietzsche (1844-1900) ci aiuta a diradare la nebbia che avvolge quest’intoccabile argomento. Il filosofo sassone, nelle sue invettive antitedesche contenute in "Ecce Homo" (1888), parla chiaramente di una (con)fusione venutasi a creare dopo la riforma luterana, che egli deplora perché colpevole di aver rivitalizzato il cristianesimo in un momento di forte crisi, una crisi che avrebbe certamente ucciso la religione di Dio, facendola scomparire dal sentire europeo. Il mix di nazionalismo (pan)germanico e di enfasi protestante hanno in qualche modo nutrito l’antisemitismo, una dottrina che nell’Ottocento contava tra i suoi seguaci quasi tutti gli intellettuali tedeschi e non solo: da Goethe a Richard Wagner, passando per Proudhon, Michail Bakunin, Charles Fourier e T.S. Eliot. La barbarie tedesca fu quindi stigmatizzata da Nietzsche in maniera feroce, una volgarizzazione che il rinascimento italiano aveva già evidenziato quando comprese che la germanizzazione era stata la concausa più brutale del crollo dell’Impero Romano e di quel gusto estetico che fece grande Roma nel mondo, nella sfera politica come in quella religiosa. Il passaggio da una religione umana e civile, seppur pagana, al cristianesimo, fu, dal punto di vista filosofico, un tremendo abbattimento della potenza dell’uomo. Una religione che ora mitizzava la debolezza e la povertà era quanto di più lontano dalle naturali ambizioni dell’essere umano, stilizzato nel tipo romano. In questo discorso l’ebraismo gioca un ruolo da antagonista, in quanto nemico da abbattere per rendere più pura e forte la dottrina dominante della Nazione, della cultura tedesca, del Cristo fattosi uomo, dell’uomo che aspira a farsi Cristo. È così che diventa facile capire come il nazismo, l’ideologia che mise in pratica nel modo più criminale l’antisemitismo, abbia semplicemente cavalcato un’onda intellettuale che riscoteva notevole consenso. Non fu populismo e non è paragonabile ai riflussi antisemiti di oggi. L’annientamento degli ebrei per mano nazista fu un processo idealizzato, pensato, voluto, condiviso e messo in pratica dall’intera nazione tedesca. Condannare il sentimento antisemita significa dunque condannare gli ultimi tre secoli di storia della Germania. Ve la sentite?

Friedrich Nietzsche (1969), Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è, a cura di R. Calasso, Adelphi, Milano, pp. 200

lunedì 23 febbraio 2015

"Classici americani"


Nei suoi "Classici americani" (1923), titolo tradotto con vena ancor più sarcastica dall’originale "The symbolic meaning. Studies in classic American literature", l’inglesissimo David Herbert Lawrence (1885-1930) fa a pezzi tutta la letteratura americana del suo tempo, accusandola, al pari di ogni buon intenditore di arti, d’essere superficiale. Tutti i più grandi, da Edgar Allan Poe (1809-1849) a Herman Melville (1819-1891), Fenimore Cooper (1789-1851), Benjamin Franklin (1706-1790), Nathaniel Hawthorne (1804-1864) e Walt Whitman (1819-1892), appaiono qui foschi e mediocri, scribacchini incapaci di approfondire il materiale umano che andavano descrivendo. Tra gli undici saggi critici presentati da Lawrence, è quello su "Due anni a prora" (1840) di Richard Henry Dana (1815-1882) ad avermi condotto in osmosi col pensiero lawrenciano. In questa cronaca nautica v’è un episodio, banale quanto significativo, in cui tre personaggi interagiscono tra loro sulla base di rapporti fisici e ideali, comunque gerarchici, con un quarto, l’autore stesso, che resta a guardare la scena. Sam è un marinaio pigro e piuttosto indolente che, per via della sua sciatteria, viene fustigato dal capitano, nervoso a causa di una tempesta in corso. Dana, guardando la scena sanguinolenta, rabbrividisce, e, impotente, non può far altro che vomitare in mare. Arriva un altro marinaio, John, che si fa paladino di Sam chiedendo a gran voce il perché di quelle frustate. Il capitano, senza pensarci due volte, fustiga anch’egli. Lo spietato D.H. Lawrence ammette che finché il capitano frusta il pelandrone Sam, personaggio fisico, i rapporti di forza sono in equilibrio ed anzi scorre una qualche energia vitale tra i due, tanto che Sam, dopo tanta cieca violenza, si desta dal torpore e sembra in egli riattivarsi l’intelletto. Lawrence sostiene d’altronde che Dana, incapace di muovere un dito di fronte alla brutalità, abbia delegato a John, personaggio ideale, il ruolo dell’eroe o, peggio, del salvatore. Lo sguardo remissivo di Sam nei confronti di John e quello complice di John nei confronti di Sam, rappresentano la bugia insita nell’idealismo: non c’è possibilità di salvazione poiché esso è «confusione e sentimenti falsi». In questo come in tutti gli scritti di Lawrence è rinvenibile una certa aristocrazia di pensiero, quell’approccio elitario e nichilista ad un tempo teso ad abbattere ogni trionfalismo, ogni eroismo, ogni scintilla di vita umana.

D.H. Lawrence (2009), Classici americani, a cura di P. Dilonardo, Adelphi, Milano, pp. 256

mercoledì 18 febbraio 2015

"Il principio maggioritario"


Tutte le democrazie basano la legittimità su un principio tanto semplice quanto innaturale: il principio maggioritario. I più vincono sui meno, la parte maggiore decide anche per quella minore, sostituendo in un sol colpo l’istituto dell’unanimità, unica e più naturale via per il vivere comune. In realtà il principio maggioritario è passato nei secoli attraverso molteplici peripezie, dalle πόλεις (polisgreche alla romanità, dal Medioevo germanico alla riforma luterana, fino ad arrivare ai giorni nostri come un figlio spurio del parlamentarismo inglese e della formula federativa elvetica. Come contraltare, il principio maggioritario deve quindi includere anche il dissenso, ovvero il principio minoritario. Far sì che la maggioranza abbia ragione e governi non significa certo attribuire un valore di giustezza, equità e bontà alla sua ragione. Significa semplicemente constatare empiricamente la presenza, all’interno di un’unità, di una parte numericamente più sostanzionsa della restante. Questo è perlomeno ciò che il giurista Edoardo Ruffini (1901-1983), orgoglioso antifascista, articolò nel suo coinvolgente libro del 1927 "Il principio maggioritario". Con più malizia ci si accorge che il principio maggioritario è coercitivo sin dalla nostra venuta al mondo in quanto esseri umani. Cos’è infatti che obbliga un nascituro a sottostare alle regole dello status quo? La risposta democratica sta nell’implicita accettazione del contratto democratico che la maggioranza già vivente ha stipulato con lo Stato. È facile comprendere come questa sia una scorciatoia al problema e come sia facilmente attaccabile dai sostenitori del principio minoritario. La democrazia, al pari di qualsiasi regime statale, non accetta la fuoriuscita da essa se non bandendo il cittadino che dimostra di non sottostare alla legge della maggioranza. Essere banditi può quindi assumere il senso di un profondo rifiuto dei mezzi con cui il governo democratico governa il proprio paese. Di tutti i sistemi di governo la democrazia è certamente quello più accettabile, perché perlomeno si avvicina - ma non tende - all’unanimità. Resta intatto dunque il consiglio di non trattare il principio maggioritario come una taumaturgia, attribuendogli poteri miracolosi o, peggio, riconoscendogli prodigi di bene ed utilità per il fine ultimo della collettività.

Edoardo Ruffini (1976), Il principio maggioritario. Profilo storico, Adelphi, Milano, pp. 139

lunedì 16 febbraio 2015

"Sotto il nome del cardinale"


L’ingiustizia esiste da sempre e sempre esisterà. È una delle prime lezioni che si impartisce ai bambini. Ma l’ingiustizia è ancor più ingiusta quando la vittima è indifesa e non può porre umano rimedio al male ricevuto se non ammettendo colpe che non ha. Questa è la storia del religioso Giuseppe Ripamonti (1573-1643), grandissimo storico presso la curia ambrosiana del XVII secolo; è al contempo la storia di Federico Borromeo (1564-1631), munifico cardinale nonché arcivescovo di Milano, creatore della eccezionale Biblioteca Ambrosiana. Il primo è la vittima, il secondo il carnefice. Il Borromeo che fuoriesce dalle pagine di "Sotto il nome del cardinale" è un uomo tanto magnifico quanto avido di fama. Nel dettagliato saggio di Edgardo Franzosini (1952), che va a pescare in missive, documenti e saggi storici, viene raccontata una vicenda brutta e misconosciuta, che mette in dubbio molti meriti del cardinale manzoniano, primo fra tutti quello di latinista. Dallo studio di Franzosini si evince che molti degli scritti latini dell’arcivescovo erano in realtà frutto del lavoro di Ripamonti, il quale, pur di concludere la pesantissima esperienza carceraria a cui Borromeo l’aveva costretto - accusandolo di eresia, cattive frequentazioni e sodomia -, firmò la rinuncia ad appellarsi presso il papa per rivendicare i diritti d’autore sulla "Historia ecclesiae Mediolanensis", che Borromeo aveva usurpato apponendovi la propria firma, ammettendo il Ripamonti di aver svolto la mansione di semplice copista, oggi diremmo ghostwriter. Raccontata così, questa storia sembra una baruffa tra intellettuali, una prevaricazione dell’incolto potente sul debole dotto ai tempi della santa inquisizione, ma nelle pagine del libro l’ingiustizia subita da Ripamonti assume i tratti caratteristici del potere che non ammette interferenze al proprio status quo. È curioso come nelle stesse carceri in cui fu rinchiuso lo storico brianzolo albergherà contemporaneamente anche Marianna de Leyva (1575-1650), la celeberrima Monaca di Monza, altro personaggio chiave de "I promessi sposi" (1827). La fama del Ripamonti tornerà a splendere dopo la morte del cardinale e il riconoscimento della sua opera - il "De peste" (1640) su tutte - ma quella del Borromeo è ancora lungi dal venir ammaccata.

Edgardo Franzosini (2013), Sotto il nome del cardinale, Adelphi, Milano, pp. 169

venerdì 13 febbraio 2015

"L'uomo della novità" e "Tesi per la fine del problema di Dio"


C’è stato un momento nella storia italiana in cui, contemporaneamente alla rinascita democratica, è stato possibile un rinnovamento religioso del nostro popolo. Ci riferiamo al tentativo di Ferdinando Tartaglia (1916-1987) - prete cattolico scomunicato a divinis - di riformare, subito dopo la seconda guerra mondiale, la Chiesa di Roma attraverso una profonda trasformazione morale, che andava dalla ritrovata purezza della religione all’emancipazione della donna, in una sorta di religione letteraria che attingeva da Marcel Proust e Gabriele D’Annunzio, Cecco Angiolieri e Baruch Spinoza, Giovanni Pascoli e Nikolaj Berdjaev, Aldo Capitini e Charles Lamb, creando un acceso dibattito negli ambienti intellettualmente più focosi del tempo, riuscendo persino a metter d’accordo fascisti, democristiani, anarchici e comunisti (vedi "Tesi per la fine del problema di Dio", 1949). Tartaglia era in grado di miscelare l’indeterminatezza delle filosofie e delle religioni orientali - il buddismo su tutte - con l’austera liturgia delle confessioni europee, riuscendo, agli occhi degli stolti, al massimo come un protestante, un calvinista, un nuovo Martin Lutero. Nel bel libro di Giulio Cattaneo (1925-2010) - il cui titolo, "L'uomo della novità", racchiude sommamente l’avvento della rivoluzione - il pensiero tartagliano, spesso vicino al Tao, appare assai sfuggente per venir codificato dalle masse, a quel tempo troppo indaffarate a vestire casacche partitiche opposte e a spartirsi la torta ideologica del dopoguerra. L’ammutolimento delle opposizioni deciso dal ventennio mussoliniano aveva provocato, sin dal 1948, un’accesa competizione in un paese affamato di politica eppur così politicamente immaturo. La riforma religiosa di Tartaglia arrivava dunque in un momento intellettualmente vivo, fin troppo vivo per una trasmigrazione di valori religiosi. Fu però un atavico bigottismo, di stampo tipicamente cattolico, a suggellare la fine dell’utopia di Tartaglia con l’etichetta di eretico. È su alcune riviste conservatrici che si cominciò ad utilizzare il neologismo tartagliare, come di qualcuno che parla a sproposito, senza senno. E nel 1960, in uno degli ultimi dibattiti pubblici, l’eretico Ferdinando affermò: «Tartaglia è il nome di una maschera: maschera tace e fugge, per eco ed eco di teatro». Fu così che la sua meteora si spense, e di conseguenza morì il sogno di un rinnovato cristianesimo fatto di spirito e non di materia.

Giulio Cattaneo (2002), L’uomo della novità, Adelphi, Milano, pp. 119
Ferdinando Tartaglia (2002), Tesi per la fine del problema di Dio, Adelphi, Milano, pp. 160


giovedì 12 febbraio 2015

"Paura"


"Angst" è una novella scritta nel 1910 e pubblicata dieci anni dopo, originariamente tradotta dal tedesco col titolo letterale "Angoscia". Adelphi l’ha invece ripubblicata intitolandola "Paura" (già adoperato negli adattamenti cinematografici), dilatandone in qualche modo il πάθος (pathos). L’inquietudine del titolo è dovuta al tradimento perpetrato dalla signora Irene ai danni del marito, il noto avvocato Fritz Wagner; tradimento che verrà scoperto da una terza donna, costringendo la protagonista a cedere a ricatti psicologici ed estorsioni economiche, pena la distruzione del proprio sbiadito incanto borghese. Stefan Zweig (1881-1942), sempre così lucido nel raccontare le ansie umane, tratteggia una donna estremamente spaventata, sull’orlo del suicidio, incapace di vuotare il sacco di fronte al marito, il cui castigo non starà nella confessione bensì nell’automacerazione psicologica e spirituale. Nelle pagine di "Paura" Irene Wagner, oltre a mostrare tutte le avvisaglie del panico, riscoprirà gli affetti familiari nonché tutto il gusto per le piccole cose, ed infine prenderà coscienza di quanto il marito la ami. Ecco, è forse proprio questo il senso ultimo del racconto di Stefan Zweig. Non tanto il disegno psicologico, il pedinamento poliziesco, il gusto del thriller unito al dramma: più di tutto "Paura" è un libro sull’amore. Un amore scolorito, cercato, tradito, perdonato, ritrovato.

Stefan Zweig (2011), Paura, trad. di A. Vigliani, Adelphi, Milano, pp. 113

mercoledì 11 febbraio 2015

"Ombre sull'erba"


Questo è un libro che, se pubblicato oggi, provocherebbe biasimo, sdegno, finanche scandalo. Un’europea in Africa - emblema del colonialismo - con uno stuolo di servitori e il pallino per la caccia grossa. In realtà quello di Karen Blixen (1885-1962) è un accalorato atto d’amore al vecchissimo continente, una terra in cui la scrittrice e pittrice danese ha vissuto per molti anni, fedelmente servita dal nero Farah, gentleman somalo musulmano. In Africa la Blixen ha avuto modo di vedere l’arroganza di alcuni europei dalle tasche gonfie così come l’inutilità della caccia slegata dalla necessità di procacciarsi il cibo. Ma soprattutto ha conosciuto un continente superbo, abitato da tribù orgogliose e credulone, eppur piene di quella dignità che ha consentito loro di approcciarsi al bianco senza perdere la propria identità. L’europeo è ricco, miscredente e conosce la medicina; l’africano è povero, pio e superstizioso: tra questi due tipi umani può correre diffidenza, paura, finanche odio. In "Ombre sull’erba" (1961), invece, Karen Blixen, che rappresenta la gelida tramontana del mondo boreale, entra via via in osmosi con l’ardente scirocco del mezzogiorno, rappresentato dal suo servitore Farah. Due anime e due popoli qui collaborano, si confidano, s’imbeccano, si aiutano a vicenda, ed ogni differenza sembra sparire come il sole in un tramonto africano.

Karen Blixen (1985), Ombre sull’erba, trad. di S. Gariglio, Adelphi, Milano, pp. 118

martedì 10 febbraio 2015

"La passeggiata" e "La rosa"


Leggere quel capolavoro de "La passeggiata" (1917) può apparire davvero una passeggiata se confrontato a "La rosa" (1925), raccolta di microgrammi scritti poco prima del definitivo internamento dello scrittore svizzero in clinica psichiatrica. Ossessionato da voci, allucinazioni ed ansie, Robert Walser (1878-1956) ci ha lasciato queste quaranta prose, spesso indecifrabili, quasi fossero soggetti cinematografici, incipit letterari, condensati in pochissime pagine eppure completi dal punto di vista della trama. L’universo dei personaggi walseriani è costellato di donne in apparenza insicure - che nascondono spesso una verità più alta ("Gerda"), un amore mai sopito ("L’urna" e "La donna amata") o un’insulsa vanità ("La strana ragazza") - oppure appartengono alla fauna umana circostante ("Uno scolaro modello" e "Un ceffone e altre cose"), od infine possono essere letterati ("Wörishöfer" e "Sacher-Masoch") e recensioni di opere letterarie ("L’idiota di Dostoevskij", "La novella di Keller" e "Ludwig"). Scoperto assai tardi e forse mai realmente apprezzato, Robert Walser rappresenta il mondo post-nietzschiano, in una tragica deriva tra la volontà di potenza e l’infinita piccolezza dell’essere. Lo svizzero rappresenta proprio quella tensione esistente tra i due estremi del continuum, ed il prezzo da pagare al fine non può che essere la follia. In questa raccolta Walser diventa finalmente se stesso; egli si transustanzia al rango di superuomo: non c’è più nulla che possa lusingarlo o abbatterlo, nulla è ormai fuori di lui. Ne "La rosa" è pure intatto il tipico punto d’osservazione walseriano, la Morgenspaziergang, quella passeggiata mattutina che dà modo all’autore di guardare il mondo circostante e, come fosse sulla sommità d’una rocca inscalfibile, crogiolarsene accondiscendendo, deridendo, giudicando, senza tuttavia l’ombra di una condanna.

Robert Walser (1976), La passeggiata, trad. di E. Castellani, Adelphi, Milano, pp. 106
Robert Walser (1992), La rosa, trad. di A. Bianco, Adelphi, Milano, pp. 146


giovedì 5 febbraio 2015

"Il fattore della verità"


Un libro come "Il fattore della verità" (1975) di Jacques Derrida (1930-2004), tanto complesso perché specialistico, dà luogo a riflessioni le più disparate. Lo scritto dell’intellettuale francese è una dettagliata analisi filosofica dell’altrettanto minuziosa critica psicoanalitica mossa da Jacques Lacan (1901-1981) a "La lettera rubata" (1845) di Edgar Allan Poe (1809-1849), ed entrambi gli studi cercano di ampliare la visione freudiana. Nel libro di Derrida vi sono però due temi importantissimi e non troppo scontati: il concetto della phonè all’esterno della parola e il concetto di fallo all’interno della sessualità femminile. Tralasciando la prima, cui andrebbe dedicato un intero trattato, ci occuperemo solo del secondo. Il fallogocentrismo, sostiene Derrida, trae la propria linfa dal fatto che il pene è il desiderio della madre/donna in quanto essa non lo possiede. Il fallo è dunque l’organo che simboleggia in primo luogo un pene materno. Questo dà vita all’androcentrismo, in cui la donna rappresenta l’altro e, al pari di Sigmund Freud (1856-1939), v’è qui una sola libido, di natura ovviamente maschile. Nel testo c’è poi un’interessante digressione di Marie Bonaparte (1882-1962), amica e allieva di Freud, su come la lettera che pende al di sopra del camino rappresenti, nel racconto di Poe, il pene femminile - che non c’è e che anzi è ridotto a clitoride - che pende sulla cloaca della donna, sul buco, la vagina. Tutti coloro che si sono interessati allo scritto di Poe ne hanno quindi fornito una lettura fortemente sessualista. Se l’interpretazione della Bonaparte è puerilmente edipica e quella di Freud coinvolge il concetto di castrazione femminile trasferibile nel bambino, è quella di Lacan e Derrida a spingersi negli anfratti più ancestrali della sessualità femminile risolvendo l’enigma con la logica del paiolo («Quando ti ho reso il paiolo era intatto. E poi quando me l’hai prestato era già bucato. E poi non mi hai mai prestato un paiolo…»), ovvero con l’intelletto, dato che «la ragione avrà sempre ragione. Di (per) sé. Essa si intende. La cosa parla di (per) sé. Essa si intende dire ciò che non può intendere». In realtà, per comprendere appieno "Il fattore della verità" è necessario leggere anticipatamente "La lettera rubata": scovare il senso recondito della missiva trafugata, intuirne contenuto e mittente, comprendere l’importanza del suo ritrovamento e della relativa restituzione al legittimo destinatario, quindi trasmutare la situazione contingente in un pensiero culturalmente più articolato per poterne apprezzare gli svicolamenti intellettuali effettuati nel corso del tempo. Quello di Jacques Derrida resta un libro pregno di significa(n)ti, un’opera che si pone non troppo umilmente come case study psicoanalitico.

Jacques Derrida (1978), Il fattore della verità, trad. di F. Zambon, Adelphi, Milano, pp. 177

domenica 1 febbraio 2015

"Il Re del Mondo" e "Gli dèi dei Germani"


Se cristianesimo, ebraismo ed islam condividono tra loro una radice comune storicamente comprovata, altrettanto non può dirsi per le religioni d’oriente (buddhismo, induismo, religione vedica, shinto e confucianesimo) e per quelle ormai estinte (il paganesimo greco-romano, il druidismo celtico, la religione egizia e la mitologia norrena). Tuttavia dagli studi di Georges Dumézil (1898-1986) e René Guénon (1886-1951) è possibile trarre alcune conclusioni - paradossali e per questo molto coinvolgenti - sugli aspetti comuni che tutte le religioni fin qui citate presentano. Tra i più singolari evidenziamo il caposaldo di trinità e il concetto di spirito. Nel suo inconsumato "Il Re del Mondo" (1927), basato sulla ricerca di Ferdynand Ossendowski (1876-1945), Guénon individuava in Agarthi, luogo sotterraneo abitato da esseri semidivini, la primigenia sorgente della spiritualità umana. È legittimo pensare che Agarthi abbia dato linfa alla mitologia di Atlantide, quell’isola perfetta in cui regnavano cultura e spiritualità prima che il sentimento umano prendesse il sopravvento, facendola affondare. Altrettanto legittima è la connessione col Monte Olimpo e, più generalmente, con la nostra idea di paradiso. Il paganesimo greco-romano, notoriamente antropomorfo, era pieno di figure divine che esibivano vizi e virtù degli uomini, a cui si aggiungevano poteri soprannaturali che li distinguevano dai mortali: l’assenza della mortalità era però vissuta dagli dei come un dramma perché non consentiva loro di godere appieno dei frutti del mondo terreno. Ad esempio Zeus (Giove), dio degli dei, unito a Era (Giunone), sovente si permetteva delle scappatelle con altre entità, divine o terrene, trasformandosi di volta in volta in spirito e riuscendo così ad oltrepassare gli ostacoli fisici che si frapponevano tra il suo appetito e la relativa sazietà. Immediatamente nasce il confronto tra la gioviana natura incorporea e lo Spirito Santo di matrice cristiana, quello stesso respiro che ingravidò Maria, rappresentante del femminino sacro (come Giunone lo era per la mitologia romana). Sorprendenti sono poi le similitudini tra le religioni abramitiche e quelle orientali. Seppur giunte a due baie della spiritualità tra loro lontanissime, esse convergono proprio nell’aspetto trinitario della divinità: nella religione indù la Trimurti è infatti rappresentata da Brahma, Vishnu e Shiva. Altrettanto sorprendente è la natura divina di Asgard - legittimo credere che sia l’Agarthi di Guénon -, il regno scandinavo dove risiedevano Odino, Thor e Freyr. Proprio da "Gli dèi dei Germani" (1959) di Georges Dumézil è possibile ricavare informazioni utili sulla disputa tra asi e vani, le due famiglie celesti della Scandinavia, con suggestive riproposizioni delle caricature olimpiche od egizie. Nel mondo esistono molte confessioni religiose e la maggior parte delle persone afferma di credere in una qualche entità spirituale superiore; sta di fatto che le religioni del mondo hanno parecchi punti in comune, anche se geograficamente distanti migliaia di chilometri. Questo può condurre a due sole conclusioni: o gli uomini hanno descritto Dio in maniera similare perché Egli esiste realmente, oppure perché decine di secoli or sono c’è stato uno scambio culturale sotterraneo tra le varie etnie del mondo, uno scambio che ancor oggi è quasi impossibile rintracciare. Una cosa è certa: Agarthi è proprio qui, sulla Terra.

René Guénon (1977), Il Re del Mondo, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano, pp. 112
Georges Dumézil (1976), Gli dèi dei germani. Saggio sulla formazione della religione scandinava, trad. di B. Candian, Adelphi, Milano, pp. 154


venerdì 30 gennaio 2015

"Pensieri"


Osservatore attento e curioso, fine indagatore nonché gentleman, esperto di analisi sociale, figlio illustre della sua epoca. Giacomo Leopardi (1798-1837) è stato anche questo. Nei "Pensieri" (originariamente inseriti nelle "Opere minori approvate" compilate dal Moroncini nel 1931) raccolti e curati dall’emerito Cesare Galimberti (1928), c’è il Leopardi quotidiano, mondano, che guarda i suoi simili e li descrive raccogliendoli in tipi: v’è il mascalzone, il cittadino, il malato, il rustico, il giovane, l’ignorante, il virtuoso, il ricco, il timido, il celebre, il misantropo, il povero. E spesso ogni osservazione leopardiana va a confrontarsi con l’archetipo donnesco. È superbo Leopardi quando afferma, nel XXIV pensiero, che «chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia. Ancora in questa parte il mondo è simile alle donne: con verecondia e con riserbo da lui non si ottiene nulla» (questa citazione verrà utilizzata da Carmelo Bene come epigrafe al suo "Sono apparso alla Madonna" del 1983) oppure quando nel LXXV sostiene che «il mondo è, come le donne, di chi lo seduce, gode di lui, e lo calpesta». Il recanatese, assurto ad emblema del romanticismo ottocentesco, mostra in queste pagine il suo volto meno aulico; capriccioso e campanilistico, Leopardi afferma nel I pensiero che «il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi», e nel IC che «io conosco città di provincia colte e floride, che sarebbero luoghi assai grati ad abitarvi, se non fosse un’imitazione stomachevole che vi si fa delle capitali, cioè un voler esser per quanto è in loro, piuttosto città capitali che di provincia». Negli ultimi lustri, la cultura italiana sta riconoscendo a Giacomo Leopardi, con colpevolissimo ritardo, le virtù poetiche che gli sono proprie e che erano invece note ai più lucidi estimatori del buongusto italico. Non solo l’opera e il pensiero leopardiani, bensì la sua stessa esistenza fu l’emanazione artistica del vivere romantico in un tempo in cui l’illuminismo stava passando le consegne al nazionalismo tanto che l’Italia, patria par excellence del conte, se per il volgo era soltanto un vago sentore, ad un cor gentile - genuinamente italiano - appariva già chiara ed identificabile.

Giacomo Leopardi (1982), Pensieri, a cura di C. Galimberti, Adelphi, Milano, pp. 187

mercoledì 28 gennaio 2015

"Nudi e crudi" e "La cerimonia del massaggio"


Chissà perché siamo portati a credere che in un romanzo scritto da un maschio in cui vi sia raccontato un matrimonio il protagonista debba necessariamente essere il marito. L’eccezione che conferma la regola la troviamo in "Nudi e crudi" dell’inglesissimo Alan Bennett (1934), nel quale la vera protagonista è la moglie, Mrs Rosemary Ransome. Una vita matrimoniale arida, a cominciare da Donald, figlio mai concepito; passioni al lumicino, qualche peccatuccio piccolo-borghese e un’attività sessuale praticamente inesistente. I Ransome non ricevono mai ospiti in casa, sono abitudinari e misantropi, persino nei loro rapporti intimi. La passione pubblica del marito, Mozart; quella privata, la pornografia. Rosemary trascorre invece le sue giornate nella speranza che qualcosa, chissà cosa, accada, proprio come certi anziani quando devono sbrigare mansioni che esulano leggermente dall’ordinario. Fatto sta che i due benestanti e sconfortanti coniugi (il marito Maurice è valente avvocato) si ritrovano gettati in una sorta di universo parallelo dopo il misterioso furto dell’intero mobilio di casa. L’appartamento diviene deserto, come deserta appare l’esistenza di questi due esemplari di homo oeconomicus. Il libro di Bennett, modellato col tipico registro umoristico britannico, è costruito perlopiù sulla denuncia e successiva ricerca degli arredamenti di casa Ransome ad opera dei due protagonisti che, all’occorrenza, si trasformano in qualcosa di diverso da ciò che erano. Maurice, come in un sogno da cui è impossibile svegliarsi, si impunta sul dozzinale impianto hi-fi che l’assicurazione non intende risarcirgli; Rosemary, d’altro canto, coglie l’occasione del furto per incollare un nuovo significato alla propria esistenza. Ma quale ripartenza potrà mai esserci finché il marito continuerà ad obnubilare la legittima aspirazione della moglie ad una vita diversa? Ecco, è necessario che qualcuno muoia. Meno drammatica e ancor più sarcastica la vicenda del terapista gigolò de "La cerimonia del massaggio" (2000): la scena è quella di una funzione religiosa in memoria del caro estinto, dal quale tutti, a partire dal parroco, hanno ricevuto massaggi speciali. Anche qui l'umorismo nero di Bennett trasforma qualcosa di sacro e convenzionale in qualcos'altro, che non è mera provocazione, visto che il ministro anglicano Jolliffe sembra alimentare il proprio vizietto in sagrestia anche dopo la dipartita del massaggiatore. Alan Bennett, come molti illustri colleghi e compatrioti, si serve del comico per raccontare il drammatico, senza giungere mai al tragico, quel presente assoluto fin troppo nobile per questi uggiosi personaggi.

Alan Bennett (2001), Nudi e crudi, trad. di G. Arborio Mella & C.V. Letizia, Adelphi, Milano, pp. 95
Alan Bennett (2002), La cerimonia del massaggio, trad. di G. Arborio Mella & M. Rossari, Adelphi, Milano, pp. 95


martedì 27 gennaio 2015

"Sette brevi lezioni di fisica"


Come tanti italiani che si trovano fuori patria per perseguire degnamente obiettivi accademici, Carlo Rovelli (1956), fisico teorico residente a Marsiglia, tra i fondatori della loop quantum gravity, ha presentato per Adelphi queste "Sette brevi lezioni di fisica" che vanno ad espandere quanto sinora pubblicato sulla Domenica del Sole 24 Ore. Con linguaggio semplice e mai banale, Rovelli illustra quelle conoscenze che hanno stravolto il Novecento, rendendolo il secolo della fisica: dentro c’è la teoria della relatività generale di Albert Einstein (1879-1955), la meccanica quantistica di Niels Bohr (1885-1962), l’architettura del cosmo da Anassimandro al telescopio Hubble, le particelle elementari, le stelle di Planck, la teoria del calore dei buchi neri di Stephen Hawking (1942), ed infine l’essere umano, centro pensante di questo universo e curioso osservatore di quanto accade attorno a lui. Da queste striminzite ed illuminanti lezioni emerge la constatazione che non solo il genio, bensì la scienza tutta, si nutre di dubbi ed esitazioni. In aggiunta, le doti divulgative dell’autore fanno sì che le inestimabili scoperte scientifiche nel campo della fisica siano passo passo accompagnate da rimandi poetici e filosofici (Lucrezio, Baruch Spinoza, Dante, James Joyce, Martin Heidegger ecc.) svelandole per quello che in effetti sono: opere d’arte. Ai profani della scienza questo libriccino farà strabuzzare gli occhi, come i fuochi d’artificio nelle iridi dei bimbi; le sette lezioni di Carlo Rovelli dimostrano che tutti hanno possibilità concreta di capire le cose.

Carlo Rovelli (2014), Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, pp. 88

domenica 25 gennaio 2015

"Una famiglia di patrioti"


Si sente dire da più parti, a mo’ di rimprovero, nei salotti televisivi, nelle università, nelle chiese, in famiglia, che i valori sono andati perduti. Quel che non si sente dire è a quali valori si fa riferimento. Uno di questi è certamente la modestia, in un mondo sovrastato dalla necessità di specializzarsi, dove ognuno è esperto di qualcosa e su quel qualcosa non intende sentir ragione ulteriore. Questo imperativo sociale è ben condensato nell’ormai celebre battuta de "La grande bellezza": «È così triste essere bravi… si rischia di diventare abili». Ciò apparirà ancor più vero dopo aver letto "Una famiglia di patrioti" (1927) di Benedetto Croce (1866-1952). L’autore presenta in questo libro le diverse anime della famiglia Poerio e come queste abbiano, ognuna a modo suo, aiutato e difeso la causa italiana. Di tutti i ritratti eseguiti dal Croce, a colpire maggiormente la sensibilità è quello di Carolina Sossisergio (1778-1852), madre di Alessandro Poerio (1802-1848), donna di intenso afflato patriottico. In una lettera inviata al generale Guglielmo Pepe (1783-1855) in vista della pubblicazione del suo libro sulla campagna del 1848-49, nel quale il militare avrebbe certamente reso gloria al caduto Alessandro, donna Poerio prega Pepe di non esagerare sulle virtù del figlio ed anzi lo invita a non attribuire un’immeritata lode al figlio «che nulla fece di grande fuorché immolarsi alla causa che aveva sposata». Se andiamo a confrontare le austere ma nobilissime parole di Carolina Poerio con quelle di un qualsiasi necrologio odierno, notiamo una notevole distanza in termini di modestia: dove prima predominava l’umile e devota riconoscenza al defunto, cercando quindi di edulcorarne gli altissimi meriti (pur in presenza d’una piissima famiglia), oggi predomina una totale assoluzione di qualsiasi nefandezza compiuta in vita. Dopo la morte di una celebrità, alle cerimonie funebri, nei telegiornali, tra la gente comune, si sente parlare del defunto in termini eccellentissimi, riverenti e deferenti, come se il vuoto lasciato dal morto fosse davvero incolmabile da altro essere umano. Suvvia signori, nessuno vale più di quel che è! Ed allora cerchiamo di riscoprire il sacro valore della modestia, senza urlare più degli altri, senza l’agonismo delle specializzazioni, senza la rincorsa alle onorificenze. Come dice una massima del poeta latino Giovenale: «Rara est adeo concordia formæ atque pudicitiæ».

Benedetto Croce (2010), Una famiglia di patrioti. I Poerio, a cura di G. Galasso, Adelphi, Milano, pp. 179

venerdì 23 gennaio 2015

"Il duello"


Giacomo Casanova (1725-1798) è celebre per le passioni amorose che scatenava, per il fascino che esercitava sul gentil sesso e per lo charme con cui si adoperava nella sottilissima arte del corteggiamento amoroso. Tutto questo è contenuto nelle sue "Memorie", scritte dal 1789 in poi. Ma c’è un libello, scorrevole e intrigante, pubblicato da Casanova nel 1780 per ristabilire la verità su un fatto di cronaca che lo coinvolse in prima persona ai tempi in cui soggiornava presso la corte di Varsavia e sul quale venne effettuata una malevola e faziosa disinformazione ante litteram: "Il duello" nasce proprio così. È la storia di un offesa lanciata e ricevuta tra due galantuomini, il Casanova da un lato e il conte Franciszek Ksawery Branicki (1730-1819), gran panattiere del re, dall’altro. L’oggetto dell’insulto - ovviamente una donna maliziosa - scompare subito dal racconto, per lasciar posto alla minuziosa cronistoria del sanguinoso duello e di ciò che avviene dopo. I due contendenti pianificano l’ora e il luogo del duello con grande riguardo, attraverso una circonvoluzione di cortesie e convenevoli di cui oggi s’è smarrita l’abitudine. Entrambi feriti, al termine dello scontro, i due non rinunciano al codice cavalleresco, anche se l’intervento di personaggi terzi, più vili che cortesi, costringeranno Casanova ad una degenza segreta e, in seguito, a lasciare definitivamente la corte polacca. Malgrado ciò, un gazzettiere di Colonia, basandosi su una lettera tendenziosa, difforme non di poco dalla realtà della cronaca, scriverà un articolo decisamente ostile al nostro, tanto che Casanova lo costringerà, con le minacce e con la forza, a correggere quell’infame gazzetta. Se sentì l’urgenza di mettere nero su bianco la propria versione dei fatti, significa che Casanova aveva necessità di ribadirla, sgombrando la strada da qualsiasi illazione o maldicenza. Ma "Il duello" è anche questo: una finestra spalancata sull’Europa di fine XVIII secolo, sull’aria che si respirava a corte, sul declino ormai inarrestabile della cavalleria e su alcune forme umane che ieri come oggi paiono soverchiare tutto e tutti: i mezzi di (dis)informazione.

Giacomo Casanova (1979), Il duello, a cura di E. Bartolini, Adelphi, Milano, pp. 123

martedì 20 gennaio 2015

"Pro o contro la bomba atomica"


Quella che può sembrare un’invettiva contro l’utilizzo di armi di distruzione di massa, figlia della paura ai tempi dell’era atomica, diventa, in questa raccolta di scritti di Elsa Morante (1912-1985), una dissertazione sulla definizione e sul ruolo dello scrittore, un ruolo che non si esaurisce nello scrivere romanzi, ma che occupa l’intera esistenza di questi rari esseri umani. La caratteristica pesanteur della Morante, che lei stessa riconosceva come suo massimo difetto, è in realtà uno sguardo approfondito e diafano sulle vicende umane e sulla psicologia, connotato sovrano degli uomini che rende possibile immaginare e concretare, agire e reagire, amare e comprendere. Il titolo della pubblicazione adelphiana proviene dall’omonima conferenza tenuta da Elsa Morante nel 1965 presso il Teatro Carignano di Torino, ma la genuina ossessione che albergava in lei non poteva certo portarla a dibattere semplicemente di bombe H e guerra fredda. La Morante intravedeva nel concetto di disgregazione la peculiarità dei regimi borghesi che avevano trascinato il mondo in quella stupida divisione in blocchi, cui la bomba atomica avrebbe certamente posto un sigillo di morte violenta. All’interno di questa realtà disgregata sono dunque gli aizzatori di disgregazione a farla da padroni, siano essi statisti, burocrati, artisti o scrittori. Ecco perché il nodo centrale del discorso morantiano ricade con frequenza sulla figura del vero scrittore - e lei cita pure i suoi preferiti: Omero, Miguel de Cervantes, Stendhal, Herman Melville, Anton Čechov e Giovanni Verga - ovvero di colui che ha il compito di fornire un’intera immagine dell’universo, attraverso l’arte, che è «avventura cosciente nel mondo reale, immaginazione, esigenza disperata di verità, religione del futuro e della testimonianza, […] necessità di riconoscersi nella bellezza». Sono le armi della cultura e della verità quelle che la Morante invoca nel suo scritto, armi che pochi possiedono veramente, ma sui quali grava una grandissima responsabilità, quella di permettere alle generazioni future la possibilità di sbirciare al di là del muro, di godere di una fetta di libertà in più, di riconoscersi e riconoscere la componente che più conta tra gli esseri umani: l’umanità.

Elsa Morante (1987), Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, pp. 143

sabato 17 gennaio 2015

"Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale"


Nelle "Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale" (1934) Simone Weil (1909-1943) si interroga sui fattori che determinano il perdurare delle vessazioni capitalistiche sulla classe meno abbiente, e su quali siano le prospettive di annullarle. Con disarmante originalità e attraverso un’analisi oggettiva, la Weil comincia la sua dissertazione con una critica al marxismo, ideata in un periodo certamente non facile, contrassegnato da opposte ed incendiarie ideologie. L’equilibrio dei suoi modi e l’umiltà con la quale contribuisce al dibattito sul macchinismo, sul proletariato e sulla democrazia, la pongono fin da subito in uno spazio avulso, tutto suo, lontano dalle rivendicazioni marxiste dei partiti comunisti europei e, soprattutto, dal bolscevismo russo che, attraverso i piani quinquennali, stava riproponendo il primato della produttività a danno dei lavoratori. La Weil è decisamente controcorrente - più volte la troviamo in aperto contrasto con Karl Marx (1818-1883) - quando afferma che «in una società fondata sull’oppressione, non solo i deboli, ma anche i più potenti sono asserviti alle esigenze cieche della vita collettiva, e vi è impoverimento del cuore e dello spirito negli uni come negli altri, benché in modo differente». L’approccio dell’autrice è sì scientifico ma non difetta di quel buon senso e di quella bontà d’animo caratteristici degli animi sensibili; la Weil è per la pace sociale e auspica un mondo in cui capitale e lavoro operino in simbiosi, ponendo al centro del processo industriale l’essere umano, il lavoro manuale e la capacità personale di coordinamento. In uno dei passaggi più importanti dell’intero libro, il quadro teorico inerente l’edificazione di una società libera, scevra dall’utopia ma tendente alla perfezione, l’idea della Weil ruba a piene mani da Darwin e Lamarck, fino al Cartesio del motto: «L’uomo comanda alla natura obbedendole». Del resto, troviamo spunti interessantissimi nella visione della Weil sulla rivoluzione, sullo smarrimento del nostro tempo, sulle differenti strutture sociali e sulle aspirazioni moderne verso una nuova civiltà, sulla credenza in un progresso materiale illimitato. Simone Weil ha fiducia negli uomini e soprattutto ha fiducia nel tempo, l’unico protagonista in grado di dirci se e come la nostra società arriverà ad un grado soddisfacente di felicità.

Simone Weil (1983), Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, a cura di G. Gaeta, Adelphi, Milano, pp. 158

venerdì 16 gennaio 2015

"La selvaggia chiarezza" e "Trattato del Ribelle"


"La selvaggia chiarezza" è una raccolta di scritti del compianto filosofo e traduttore Franco Volpi (1952-2009) inerenti la vita e il pensiero di Martin Heidegger (1889-1976), pubblicati a mo’ di introduzione nei vari libri del grande filosofo tedesco editi da Adelphi, da "Segnavia" (1987) a "Parmenide" (1999), passando per "Che cos’è metafisica?" (2001) e "Lettera sull’umanismo" (1995). Essendo un libro postumo, "La selvaggia chiarezza" ha necessitato delle cure di Antonio Gnoli (1949), validissimo collaboratore di Volpi, e, nonostante le difficoltà di comprensione per un non addetto ai lavori, si presenta come un esauriente compendio di heideggerismo. Il libro, pur non seguendo una linea cronologica, parte dalla formazione cristiana di Heidegger, cui seguirà il repentino distacco per seguire in autonomia e libertà la ricerca metafisica e ontologica sui concetti di Sein (essere), Seyn (Essere) e Dasein (esserci), ponendo l’accento sul termine greco di ἀλήθεια (aletheia), in quanto verità dis-velata, immessa da Aristotele nel linguaggio odierno tramite una caratterizzazione che, elidendo l’alfa privativo, ne ha soppresso la qualità di negazione. Qui il pensiero di Heidegger viene analizzato nelle sue continue e severe indisposizioni con la fenomenologia di Edmund Husserl (1859-1938) fino a quello che si rivelerà il vero crocevia del pensiero heideggeriano: l’incontro col nichilismo. La rivoluzione di Friedrich Nietzsche (1844-1900) opererà una tale distruzione sul concetto di Dasein che il sistema di Heidegger ne rimarrà a lungo desertificato. La prova di questa frustrazione è evidente nel carteggio intessuto con un altro grande critico del nichilismo, Ernst Jünger (1895-1998) - che nel "Trattato del Ribelle" (1951) prefigurerà l’anarca, colui che attraversa il bosco, ovvero le comuni regole del vivere e pensare civili - col quale disquisirà circa il superamento o meno del nichilismo stesso ("Oltre la linea", 1989). È proprio questo uno dei momenti più densi del libro, assieme a quello riguardante il concetto di Ereignis (evento), trasvalutato da Heidegger per definire l’indefinito, così com’è ancor oggi per il λόγος (logos) o il Tao ("Contributi alla filosofia. Dall’evento", 2007). Al pari delle filosofie orientali, il nichilismo si nutre di insondabilità ed inintelligibilità, poiché la comunicazione verbale non basta a descriverne l’ampio spettro di potenzialità, metodi ed obiettivi. Altrettanto interessante ci appare la storia accademica del filosofo tedesco allorché, ritrovatosi rettore dell’Università di Friburgo, smette di produrre pensiero poiché oberato dagli affari amministrativi, o quando, nell’immediato dopoguerra, viene allontanato dalla comunità accademica per il suo trascorso nazionalsocialista, accusa che investì l’intera galassia nichilista a causa della banalizzazione operata tra la volontà di potenza nietzschiana e i totalitarismi europei che avevano generato il conflitto planetario. Il libro in oggetto si conclude col fallimento personale di Heidegger e dell’heideggerismo, dei quali è legittimo pensare qualsiasi cosa, ferma restando la genuinità con la quale hanno ininterrottamente battuto tutti i sentieri, più o meno agibili, per giungere alle radici dell’Essere e dell’essere umano. Franco Volpi termina questo suo viaggio affermando che «per avventurarsi troppo in là nel mare dell’Essere, il pensiero di Heidegger va a fondo. Ma come quando a inabissarsi è un grande bastimento, lo spettacolo che si offre alla vista è sublime». Su questo mare magnum di essenza e trascendenza, materia e spirito, resta a galla l’impervia ed infrangibile trasparenza del pensiero (post)nichilista che ammette il Tutto in quanto emanazione del Nulla, e in cui ogni postulato assunto per ricercare il senso diventa esso stesso la tesi che lo confuta.

Franco Volpi (2011), La selvaggia chiarezza. Scritti su Heidegger, a cura di A. Gnoli, Adelphi, Milano, pp. 336
Ernst Jünger (1990), Trattato del Ribelle, trad. di F. Bovoli, Adelphi, Milano, pp. 136


venerdì 29 novembre 2013

L'unità di Roma è in discussione


Ignazio Marino è un medico genovese che ha sempre ricoperto ruoli pubblici legati alla sanità, all’igiene e alla salute nazionali. Quest’anno invece ha deciso di fare il sindaco di Roma (col voto di moltissimi cittadini romani, sia chiaro) e vuole improvvisarsi urbanista, artista, architetto ed ingegnere tout court, per quella che potrebbe esser definita una vera e propria reazione urbanistica: la rimozione di via dei Fori Imperiali. Molti turisti non sanno che la strada che unisce il Colosseo a Piazza Venezia fu fortemente voluta da Mussolini come compimento della sua idea di romanità. Assieme a via della Conciliazione, quella dei Fori Imperiali rappresenta la chiusura del triangolo storico della Città Eterna. Il Vaticano, simbolo della Roma cristiana che, attraverso lo sventramento del Borgo Pio e Corso Vittorio Emanuele II, si sarebbe idealmente unito al Vittoriano, emblema della nuova Roma fascista, a sua volta collegato al Colosseo, maestoso simulacro della Roma imperiale. Il progetto mussoliniano è ancor oggi discutibile ma è fuor di dubbio che sia stato un progetto artisticamente valido, perché conteneva in sé significati che andavano oltre la mera pianificazione urbanistica (realizzazione di strade, vivibilità del tessuto cittadino, valorizzazione delle rovine ecc.).

Che la motivazione del nuovo piano mariniano sia quella di permettere alle rovine sottostanti di tornare alla luce dopo ottant’anni di oblio o - ci auguriamo di no - quella prettamente ideologica di rimuovere tutto ciò che ricordi il ventennio fascista, il cuore del discorso non cambia. La proposta di abbattere via dei Fori Imperiali sarebbe un atto reazionario, spacciato per rivoluzionario da chi finora non s’è mai interessato di urbanistica e architettura, né tantomeno di arte. Il varo di due commissioni di studiosi per valutare l’impatto e la fattibilità dell’opera diventa ancor più grave se contestualizzato nel frangente attuale, caratterizzato dalla crisi socioeconomica. Ciò che abbiamo spesso rimproverato agli amministratori di sinistra di Roma era proprio un certo gusto per la demagogia, il voler rendere Roma una vetrina del proprio mandato elettorale, in barba alle più elementari norme di rispetto architettonico e urbanistico.

Marino è un brav’uomo, valido dottore, amministratore niente male, ma se facciamo il confronto tra la visione sua e degli studiosi di cui intende circondarsi, e la visione mussoliniana con lo stuolo di insigni architetti e urbanisti dell’epoca, ci viene da pensare che Roma sarà costretta all’ennesimo tentativo di annientamento artistico.